12-14 luglio 1789 - Madame
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“Essere mamma non è un mestiere. Non è nemmeno un dovere. È solo un diritto tra
tanti diritti.” (1)
12 -14 luglio 1789
La carrozza procede, saltella di qua e di là, come al solito. Conosco ogni buca,
ogni salto di questo percorso. Questa strada che ho percorso per anni. Questa
strada che mi riporta dalla reggia a casa mia. Questa strada che percorre
Versailles.
La carrozza rallenta all’arrivo, con uno stridio si ferma. E, mentre mi aiutano
a scendere, mi ritorna alla mente un ricordo: quando mia figlia, appena
diciottenne, mi aiutava a scendere... e poi, coraggiosamente mi ha difeso dal
pugnale teso da quella bambina. Di tutte le mie figlie si può dire che lei è la
più coraggiosa, ma per me è anche la più bella. Una madre non dovrebbe far
preferenze, ma una madre può avere anche la sua preferita?
Lei è sicuramente la più voluta da mio marito, ma per me rimane mia. Lei non si
è mai sposata, non è uscita di casa come tutte le sue sorelle, lei è rimasta con
noi. A volte penso che forse non vada bene tutto ciò, ma in fondo sono stata
contenta quando si è rifiutata di sposarsi. Lo ha voluto lei! E io ne sono stata
felice! Lei potrà restare mia! O perlomeno restare libera, libera di essere
quello che è e non costretta in un percorso deciso da altri come è accaduto alle
altre mie figlie.
C’è uno strano silenzio, anche se molte persone sono in casa. La luce
pomeridiana filtra dei vetri delle finestre. E un’ombra sale la scalinata,
lentamente. Lui che era un bambino così vivace, ora è un uomo, un uomo dal volto
sfigurato. Sfigurato per amore…per amore di mia figlia. Provo una grande pena
per lui. Un giovane così capace, così buono, così coraggioso, ma legato per
sempre a questo amore impossibile. Mi hanno detto che lui ha tenuto testa a mio
marito! Lui, che mio marito chiama servo. Lui ha avuto il coraggio di dirlo ad
alta voce, che la ama. Ha detto che avrebbe voluto sposarla. Nessuna madre
potrebbe volere più di questo: sapere che ci sarà qualcuno che la proteggerà,
che ci sarà qualcuno accanto a lei quando noi non ci saremo più!
Si sta dirigendo verso il salone. Lo seguo sulle scale. Vedo che procede, non si
è accorto di me, che resto alle sue spalle. Il salone è inondato di luce, il
sole di luglio riempie la stanza. Lui è sulla porta, la mano sullo stipite. Non
si è accorto che sono dietro di lui. Neppure gli altri nella stanza si sono resi
conto della mia presenza. Tutti sono raccolti attorno al quadro, quello che mia
figlia ha voluto farsi fare e che probabilmente è finito. Vedo il pittore che lo
mostra, mentre discute con mio marito, con la nutrice e con mia figlia. Oscar…
la vedo. In piedi, alta, bionda, sempre più bella, ma anche sempre più pallida.
Ma subito mi accorgo che c’è qualcosa di diverso… Mia figlia non sta guardando
nessuno di loro, sta guardando lui… Sta guardando solo lui!
Il suo non è uno sguardo di un uomo o di un comandante. Il suo è lo sguardo di
una donna che guarda il suo uomo. Quello è lo sguardo di una donna innamorata! E
non stacca gli occhi da lui!
E io, purtroppo, capisco. Anche lei lo ama. Lo ama disperatamente. Quasi non
riconosco più il volto di mia figlia. Non c’è più lo sguardo fiero del ragazzino
in uniforme, non c’è più il volto della donna guerriera. Ora è il viso di una
donna innamorata che sta per piangere. Mio figlio non c’è più.
Ora c’è una donna, una donna che ama. Ma non posso smascherarla, soprattutto di
fronte agli altri.
Così lentamente me ne vado. Mi ritiro nelle mie stanze e li rimango fino a
tardi.
I ricordi mi assalgono. Sono sommersa dalle immagini della bambina appena nata,
di quel bambino che mio marito ha costruito, della la ragazzina coraggiosa che è
in grado di salvare la principessa saltando da cavallo, del comandante che
riesce a farsi rispettare dai soldati, della donna fiera che ha avuto il
coraggio di ribellarsi a un ordine ingiusto!
Alla fine, è una donna innamorata anche lei. Ed è ricambiata. Ormai la mia
bambina è una donna adulta. E questo mi fa rendere conto che non mi ero
sbagliata. Lei è mia figlia e io non ho mai avuto un figlio maschio.
La luce del sole si sta allungando sul pavimento. Sento un movimento di cavalli,
di uomini, di piedi che entrano e di voci che parlano sullo scalone. Non capisco
cosa dicono, ma sento che qualcuno è venuto a darle delle comunicazioni.
Mia figlia non si è accorta di me e non voglio che lo faccia. La sento uscire
dalla sua stanza e la sento parlare con la sua nutrice. Uscendo dalla mia
stanza, mi accorgo che le sta consegnando una lettera. Vorrei chiamarla ma non
so perché non voglio e non lo faccio. La vedo camminare veloce verso la scala e
verso la porta. La seguo con lo sguardo mentre esce, e anche se la vedo di
spalle, credo che sorrida.
Sta correndo verso il suo destino, sta correndo verso di lui. E io non posso
fermarla. Resto a guardarla dal balcone, mentre sparisce nella luce del
tramonto.
Non so perché, ma mi siedo e mi metto a suonare. L’arpa è sempre stata uno
strumento per esprimermi. Stasera sento di dover raccontare tanto e pizzicando
le corde con le dita racconto tutto questo. Lo faccio anche il giorno
successivo… e il giorno dopo ancora.
E sono ancora seduta all’arpa quando sento le grida delle cameriere che mi
chiamano.
“Madame
de Jarjayes!”
Bibliografia:
(1) Oriana Fallaci: Lettera a un bambino mai nato,
Rizzoli 1975
Lodoc, 2 luglio 2026 - pubblicazione sul sito Little Corner luglio 2026
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