Domani (nella battaglia pensa a me)

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Non era ancora l’alba. Accanto a sé sentì il vuoto. Dove, prima, c’era lei. Fuori, Lucifero brillava. Una brezza leggera muoveva le fronde degli alberi, increspando l’acqua della fontana.

Qualche ora prima la stellata era meravigliosa, intensa. Quella era stata una notte trapunta di stelle, accompagnata dal frinire delle cicale e dai baluginii delle lucciole, che affondavano la propria ombra gemella nello specchio d’acqua in cui si rifletteva il cielo.

Chissà se il pittore saprebbe riprodurle. O Madame, che, quando erano bambini, li faceva disegnare e, a turno, se li prendeva in braccio – e Oscar non era mai stata gelosa, semmai lui in soggezione verso quella signora così bella e i ricordi di sua madre.

César riposava, indomito, nella stalla. Violet Breizh anche. Avrebbe meritato nome migliore, come tutti gli altri delle scuderie. Ma lui non era bravo come Oscar a rintracciare nomi. E, a volte, lo coglieva un’indicibile nostalgia di casa. Gli si stringeva il cuore. Li aveva salutati, uno ad uno. 

Sollevandosi, tra le lenzuola morbide, che ancora conservavano il suo profumo, la cercò.

La trovò, guidato dalla flebile luce delle candele, alla scrivania.

Lo sentì dietro di sé, prima ancora che, una mano sulla sua spalla, si chinasse a baciarle i capelli, poi la guancia, mentre le poggiava la sua camicia sulle spalle. Ne sentiva l’odore.

“Cosa fai, amore…”

Amore. Trasalì. L’aveva chiamata “amore”.

Lasciò andare la penna, incurante dell’inchiostro seppia che macchiava la carta. Percepì il calore del suo corpo. Le dita corsero a lui. Cercò la mano, il polso delicato. Si spostò indietro, cercando un contatto.

“Scusami, non volevo svegliarti…” 

Serrando gli occhi, notò i fogli, densi della sua grafia netta. Alcune mappe di Parigi. Stava studiando, buttando giù note e mettendo a punto strategie per l’indomani.

“Posso?” Scostò i fogli. C’erano appuntati i reggimenti, il numero di uomini… Ti ribellavi a tuo padre… non volevi quell’incarico… e guarda quanto ami il tuo lavoro… o, forse, temi di metterci in pericolo. Di non riuscire a dare il tuo meglio. Non gliel’avrebbe mai detto, ma si ritrovò a pensarlo. O, forse sì, avrebbe dovuto parlare.

“Andrà tutto bene”, invece, mentì.

Si scoprì a osservarlo, mentre era lì, accanto a lei, assorto sui fogli.

Possibile che, anche in una notte così, il suo senso del dovere prevalesse? Poteva essere l’unica e ultima, insieme. Era per questo che, dopo anni, dopo aver atteso tanto…

“Abbracciami”, gli disse, e mentre si stringeva a lui, pregava che le facesse dimenticare tutto, la portasse via, lontano, in un’altra vita. 

La tenne stretta, ascoltando il suo respiro. Le parole difficili da pronunciare. Quelle che non si erano mai potuti confessare.

Parole d’amore. Di paura. Di coraggio. Di speranza.

Avevano ancora qualche ora.

“Domani…” esitò. Respirava piano, il cuore pieno di malinconia. Come se qualcosa di già scritto, ineluttabile, oscurasse il futuro. Chiuse gli occhi. “Tomorrow, in the battle, think on me…” come tra sé.

“My sword won’t fall, nor I’ll die”.

Sorrise. Certo… Chiuse gli occhi, tra le sue braccia.

 

“André, dopo questa battaglia ci sposiamo!” Io con te sento di poter vivere

 

“Dimmi… dimmi che diventerò tua moglie…” La mano che era corsa al suo viso aveva incontrato quelle di lei. Che la stringevano. Sentiva le lacrime sulla pelle.

 

“Ma certo, Oscar, lo diventerai…” Ora le delineava i contorni delle guance. Gli occhi. Il naso. Le labbra…

 

“Sto forse per morire…”

 

Il dolore era avvolto dall’ombra, dalla voce di lei. Poi tornò la luce. E lei. La vide, china su di lui. Ora poteva vederla.

Era così bella…

“Non piangere…”, avrebbe voluto dirle. “Non piangere… saremo felici…” avrebbe voluto carezzarla ancora. Ma la mano era ricaduta, inerte. Non aveva più forza.

Non aveva più voce.

 

 

Laura, 12-13 luglio 2026 - pubblicazione sul sito Little Corner luglio 2026

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