François et Simone

parte I

 

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12 luglio 1789.

Palazzo Jarjayes.

 

“Io sapevo… sapevo che sarebbe arrivato questo giorno… Lo sapevi anche tu, amore mio?”

Il generale Jarjayes ripensava all’accaduto, e alle parole di André.

“Non vi permetterò di fare del male ad Oscar, Generale! Uccidete me, se proprio sentite il desiderio di sfogare la vostra rabbia! Uccidete me, ma non osate nulla su Oscar!”

L’uomo si alzò a fatica dalla sedia, si avvicinò al grande specchio a parete.

Era invecchiato. Molto. La grande cura che teneva di sé, della sua persona, ormai non riusciva più a nascondere i segni del tempo.

Aveva pensato che l’incedere degli anni stava smussando le asprezze del suo carattere, la durezza e l’intransigenza tipiche di una educazione militare. Così aveva spiegato a se stesso la rinuncia a fare del male ad Oscar, ad André, per lavare l’onta di quel tradimento…

Ma i motivi non erano questi. Erano altri…

Oscar era sua figlia.

E André…

“Non ti avrei mai fatto del male, André… mai. Come avrei potuto? Sei il figlio dell’unica…”

E sopraggiunsero i ricordi…

 

Era giovanissimo all’epoca, il capitano Jarjayes. E già si prospettava per lui l’inizio di una fulgida carriera.

Suo padre, non parlava d’altro. Passava ore ed ore, decantando con voce brillante, quale futuro glorioso, quale onore sarebbe spettato al suo unico figlio.

E non si era risparmiato in nulla pur di fare di lui un ottimo militare.

La vita del giovane, simile a quella di tanti rampolli destinati alla carriera, consisteva in molte ore dedicate alla sua preparazione e in poche di svago.

Il capitano, durante quelle ore di libertà, a differenza dei suoi coetanei, disdegnava di partecipare ai vari balli e ricevimenti cui veniva invitato.

Preferiva passare quel poco tempo che poteva dedicare solo e unicamente a se stesso in lunghe cavalcate o immergendosi nella lettura.

Fu proprio un pomeriggio di ritorno da una passeggiata a cavallo, che accadde…

Entrò nell’atrio del palazzo e riconobbe subito la voce forte e possente di suo padre.

Stava parlando con Nanny, la governante, che da tanti anni si occupava della famiglia.

Fu proprio lei, che dopo aver lasciato finire il suo padrone, parlò.

“Vi ringrazio davvero, Generale. La mia povera nipote aveva bisogno di questo lavoro… quella povera creatura è rimasta sola ormai…”

L’uomo si avvide della presenza del figlio, congedò la donna, e gli si avvicinò.

“Oh, bene! Mi chiedevo che fine avessi fatto! Andiamo, figliolo. Non dovresti perdere il tuo tempo a cavalcare!”

“Padre, è successo qualcosa? Nanny…”

L’uomo ebbe un gesto di noncuranza. “Niente di importante. Domani arriverà dalla Bretagna Simone, la nipote di Nanny. Ha perduto i genitori e, così, Nanny mi ha chiesto se potevo assumerla a servizio presso di noi. Considerando che a tua madre e tua sorell sembra che le cameriere non bastino mai, ho pensato di accettare la sua richiesta…” Si avvicinò e gli circondò le spalle con un braccio. “Ma queste non sono cose che ci riguardano. Tu hai altro a cui pensare, figliolo! Che ne dici di tirare un po’ di spada?”

 

Il giorno seguente, dopo le consuete ore dedicate allo studio, il giovane Jarjayes, si recò in cucina furtivamente.

Suo padre non gradiva che il figlio si intrattenesse con la servitù. Ma il giovane, invece, appena ne aveva l’occasione, ben volentieri andava nelle cucine per chiacchierare con Nanny.

Gli era molto affezionato. Era l’unica persona, in quella casa, che gli ispirasse affetto.

Gli altri… beh, per suo padre non riusciva che a sentirsi altro che uno strumento votato ai suoi desideri di prestigio. Sua madre, purtroppo, era da considerarsi tale solo nella parola; nei fatti era una donna assente, assolutamente incurante dei figli e del marito. Spesso partiva per le sue amate località termali, rimanendo fuori casa a volte anche per mesi.

Con sua sorella Madeleine le cose andavano appena meglio; c’era stato un tempo, in cui i loro rapporti non erano così cattivi. Poi, da quando era stato dichiarato ufficialmente il suo fidanzamento con il marchese De Breitton, Madeleine aveva, per chissà quali motivi, raffreddato parecchio i rapporti con il fratello.

La conseguenza di questa totale assenza di legami veri, affettuosi nella famiglia Jarjayes, aveva portato il giovane ad avvicinarsi a Nanny.

 

“Nanny! Sono affamato!” annunciò il giovane con una voce allegra.

Ma si bloccò di colpo. Invece di trovare Nanny, come si aspettava, si trovò di fronte una giovane sconosciuta. E rimase senza parole, davanti alla bellezza di quella ragazza.

Indossava un abito da cameriera. La cuffietta candida lasciava sfuggire i capelli castani. Occhi verdi, luminosi, lo osservavano sorpresi, quasi a disagio.

Gli aveva fatto un inchino rapido, impacciato, quando era entrato.

“Buongiorno, signore. Nanny…” arrossì lievemente. “Voglio dire… la governante…”

François sorrise divertito. Era più che chiaro l'imbarazzo della giovane, che, probabilmente, mai aveva prestato servizio come cameriera in una casa prima d’allora.

“Chiamatela pure Nanny! Qui la chiamiamo tutti così!” Detto questo, con tranquillità, si sedette.

Le considerazioni fatte poco prima fra sé e sé gli ricordarono un nome.

“Simone… voi siete Simone, vero? La nipote di Nanny giunta dalla Bretagna…”

“Io… sì…”

“Certo…certo. Ho udito ieri mio padre e Nanny parlare di voi.”

La ragazza arrossì nuovamente, abbassò il viso.

“Il Generale è stato molto buono ad accettare di assumermi”, mormorò. Poi rialzò il viso verso di lui.

Il giovane, avvertì una sensazione di stordimento, mentre la osservava. Era emozionato, agitato.

“Mi pareva di aver udito che avete fame, signore… Posso prepararvi qualcosa… Gradite qualcosa in particolare?”

La voce di Simone gli parve dolce. François era sempre più affascinato e ipnotizzato dalla ragazza.

Perso in queste considerazioni, fu però richiamato dalla voce forte e inconfondibile di suo padre, che gli giungeva dall’atrio.

“Non importa..mi sono ricordato di una cosa che devo fare…” Lasciò in fretta la cucina: non gli importava granché degli eventuali rimproveri di suo padre, nel caso lo avesse sorpreso lì, nelle cucine, ma voleva evitare, conoscendo il carattere del genitore, che se la prendesse con Simone.

 

Il tramonto ormai prossimo tingeva la stanza di una luce rossastra, violenta.

Il giovane Jarjayes, si era ritirato piuttosto presto nelle sue stanze.

Simone, Simone, Simone…

Continuava a pronunciare quel nome, quasi giocando  con le sillabe che lo componevano.

Non era riuscito a mandare giù che pochi bocconi del prelibato pasto serale. E, con qualche scusa, si era alzato da tavola; poi, facendo bene attenzione a che suo padre non se ne accorgesse, era scivolato veloce e silenzioso in direzione delle cucine.

Le voci delle cuoche intente a preparare i vassoi e le portate, rumori di piatti e bicchieri, e, sopra a tutto questo, la voce cristallina di Simone.

Era rimasto a poca distanza dalla porta delle cucine, senza – chissà per quale motivo (eppure era pur sempre il figlio del generale!) – trovare il coraggio per entrare.

Eppure quanto desiderava guardarla. Anche solo per un attimo. Rivedere quegli occhi verdi…

Si era allontanato per ritornare verso la sala da pranzo solo quando si era reso conto che troppo era il tempo passato lì, quasi a spiare Simone.

“Si può sapere che cosa c’è? Mi rende nervoso vedere le persone allontanarsi dal tavolo durante il pranzo, lo sai!” Questo aveva esclamato duramente suo padre, al ritorno dalla fuga.

François avrebbe voluto ridere. Persone? Quali persone? A quel tavolo non c’erano che lui e suo padre. Madeleine, come al solito, era rimasta nelle sue stanze, accusando il solito mal di capo. E sua madre non si era certo nemmeno accorta del via vai di quel figlio così inquieto. Ebbe la sensazione di partecipare ad un lugubre pasto di fantasmi. O, peggio ancora, di perfetti sconosciuti.

Simone…

Che calore meraviglioso, che sensazione di dolcezza nello sguardo di quella ragazza…

“Mi sento meno solo oggi”, aveva considerato, pensando a lei; con il cuore che sembrava voler esplodere.

Ed ora, nella tranquillità della sua camera, continuava a pensare a lei.

“Mi piacerebbe conoscerti meglio, Simone… mi piacerebbe poter parlare con te”, si era detto. “E lo farò…”

Non pensò nemmeno per un attimo a suo padre. Non lo sfiorò l'idea di cosa avrebbe pensato, se solo avesse sospettato i desideri di quel figlio, su cui riponeva tante speranze.

 

Il mattino seguente…

Il giovane Jarjayes, aveva appena terminato la colazione, quando suo padre lo raggiunse. Indossava l’uniforme.

“Devo partire con il mio reggimento. Starò via per una settimana almeno. E questa sarà la mia ultima missione; presto sarai tu a prendere il mio posto! Ho ricevuto una lettera dal Quartier generale! Presto sarai investito del tuo incarico! Sono orgoglioso di te!” Una pacca sulla spalla, un sorriso soddisfatto.

François si era limitato ad annuire in silenzio.

Mentre il generale si allontanava, Nanny si avvicinò al tavolo.

“Hai ancora fame?” si informò con voce affettuosa, poggiando sul tavolo un vassoio colmo di biscotti.

“No…” La domanda bruciava, premeva per uscire. “Nanny… ieri ho avuto occasione di conoscere Simone, tua nipote. Si trova… si trova bene qui?”

La donna scoppiò a ridere, divertita. “Se tuo padre ti sentisse! Farmi una domanda del genere! Da quando in qua un nobile si interessa alla servitù? Comunque, sì… si trova benissimo. Ed è molto grata a tuo padre.” La donna non aggiunse altro, e si apprestò a sgombrare la tavola.

Il giovane la osservava. Nanny appariva tranquilla e, tutto sommato, nemmeno troppo sorpresa dall’interesse di lui per Simone. Probabilmente aveva pensato ad una domanda di pura cortesia. Se solo avesse invece immaginato! Questo pensiero lo preoccupava un po’. Per molti versi, Nanny lo conosceva persino meglio dei suoi stessi familiari; la domanda, che tanto gli premeva, l’avrebbe insospettita?

Si decise a rischiare. “Nanny, dov’è Simone? Cioè…” cercò di riparare. Era stato troppo diretto. “Voglio dire, che incarico ha avuto?”

Nanny lo guardò perplessa.

“Per ora aiuterà le altre cameriere nei lavori generali. Tua madre partirà presto per Vichy e tua sorella sembra che non gradisca molto una nuova cameriera personale”, terminò.

François scoppiò a ridere. “Vuoi dire, piuttosto, che non gradisce una ragazza carina e giovane? Soprattutto più carina di lei! Mia sorella è permalosa, lo sai!”

“Sei tremendo!!” fu la risposta di Nanny, che batté in ritirata.

Jarjayes si diresse nel salone. Di solito, a quell’ora, le cameriere erano occupate nel riassettare le camere del piano di sopra.

Con falcate rapide, impazienti, raggiunse il piano superiore. Chissà, forse Simone era lì, da qualche parte… in qualcuna di quelle stanze…

Decise di controllare tutte le camere, una per una. Ma la sua ricerca finì presto. Simone era proprio nella sua stanza. La porta era aperta; il giovane Jarjayes si affacciò sulla soglia. Simone gli dava le spalle, occupata ad allargare i pesanti tendoni di velluto, per far entrare un po’ di luce.

Tese l’orecchio. Dall’altra camera comunicante, il suo studio, non proveniva alcun rumore.

Bene! Erano soli…

Entrò. Simone, si voltò di colpo. “Oh, siete voi signore…” si inchinò. “Devo lasciarvi solo? Io…”

La osservava. La luce che entrava dalla finestra creava un alone di luce intorno alla sua figura.

Tremò nel cuore e nel corpo, osservandola; un nodo gli chiudeva la gola, rendendogli difficile parlare…

“No… non è necessario… continuate pure il vostro lavoro, Simone.”

Si sentì improvvisamente ridicolo, incapace di parlare, eppure c’erano così tante cose che avrebbe voluto  sapere di lei…

Fece finta di cercare un testo nella libreria.

Simone, titubante, aveva ripreso il suo lavoro.

“Vi.. .piace… leggere?”

La domanda colse Simone di sorpresa. Si voltò in direzione di lui.

“Leggere? Io… veramente…” Pareva improvvisamente in imbarazzo, anzi, triste e sconsolata, come il suo tono di voce. “Io… non so leggere signore… So a malapena scrivere il mio nome… perché me lo ha insegnato un professore che viveva al mio paese”, farfugliò la giovane.

Il giovane Jarjayes desiderò improvvisamente finire sottoterra per averle dato una simile mortificazione. Ma certo! Dove aveva la testa, mentre le faceva quella domanda? Si era forse dimenticato che leggere e scrivere erano, sì, cose per lui del tutto naturali, ma che per la povera gente spesso erano una vera e proprio chimera? Quanti dei contadini che lavoravano le terre di proprietà della sua famiglia, infatti, erano completamente analfabeti? Chissà per quale motivo gli tornarono in mente le parole che suo padre aveva pronunciato con enfasi, tempo prima, proprio durante un discorso relativo all’alto tasso di analfabetismo tra il popolo… “Meglio! E poi… non vedo di che utilità possa essere ai contadini saper scrivere o far di conto!”

Si avvicinò alla ragazza.

“Mi spiace avervi messo in imbarazzo… sono stato indelicato…”

“No… non importa… e poi… a che mi servirebbe saper leggere? Io… devo lavorare con queste per vivere… ” Gli rivolse un sorriso triste, accennando alle proprie mani.

A François si strinse il cuore, nell'osservarle.

Erano bellissime mani, piccole, aggraziate, ma anche segnate dal lavoro…

“Signore, scusatemi, devo riprendere il mio lavoro”, mormorò Simone con voce preoccupata. “Ho così tanto da fare… e non vorrei deludere le aspettative del generale che è stato così generoso da assumermi…” Le sue parole contrastavano col suo sguardo, che, furtivamente, si rivolgeva al libro, che egli teneva ancora tra le mani.

Il giovane se ne accorse. “E’ un libro di liriche…”

Gli occhi di Simone si illuminarono. “Poesie! Che meraviglia… io le adoro…”

Jarjayes dovette guardarla stupito, tanto che lei si affrettò a spiegare. “Oh… non posso leggerle, ma quel professore di cui vi ho parlato, spesso, la sera, quando tornavo dal lavoro…"

“Ve le leggeva..” terminò per lei il giovane con un sorriso.

“Sì, alcune le so anche a memoria”, confessò lei, il viso illuminato dall’entusiasmo.

“Davvero? Allora sarà il caso che…” François si diresse verso la porta, la chiuse, fece accomodare Simone e poi si sedette anche lui.

“Sarà il caso che io vi ascolti”, terminò con tutta tranquillità.

 “Signore! Ma io…” non terminò la frase. Si limitò a guardarsi intorno, con aria smarrita.

“Simone, di cosa vi preoccupate? Prendetelo come un mio desiderio, se la cosa vi rende più serena…”

La ragazza continuava a fissarlo, lo strofinaccio dimenticato nella mano.

Jarjayes intuì infine il motivo del tentennamento della giovane. Arrossì.

“Spero non pensiate male… cose spiacevoli, intendo…” balbettò. “E’ solo che io… avrei davvero piacere di sentirvi recitare qualche poesia…”

Simone lo osservava, perplessa. Aveva presente i commenti di alcune paesane, quando avevano saputo della sua partenza, del suo lavoro a Versailles. “Dovrai aprire bene gli occhi, Simone! I nobili si prendono certe libertà… specialmente con le cameriere giovani, belle e ingenue! Stai attenta!”

E trovò che quegli avvertimenti avevano ben poco a che fare con il giovane che ora la osservava, in attesa di una sua risposta. Lo sguardo di lui, infatti, appariva così interessato, pieno di aspettativa… e poi, in fondo a quegli occhi turchesi non vedeva ombre.

Dovette però abbassare lo sguardo e portarsi le mani dietro la schiena a nasconderle. Tremavano e lei… Lei si sentiva così strana, vicino a lui…

“Va bene, signore…”

E, così, passarono metà della mattinata.

Ascoltarla mentre recitava quelle poche poesie era un piacere e il giovane Jarjayes si dimenticò di tutto ciò che li circondava. Chiacchierarono a lungo, commentando le poesie, scambiandosi  opinioni… Simone gli apparve intelligente, dolce. Certamemente anche bella, ma di una bellezza singolare, discreta, non prepotente e vistosa.

“Voi…" Simone s'interruppe. Stava forse osando troppo? "Voi siete… molto diverso da come io immaginavo un futuro… generale…”

“Perché mai?”

“Non pensavo… che sì… insomma… amate la poesia… mi sembrate una persona così sensibile…” azzardò Simone.

Il giovane Jarjayes scoppiò a ridere. “Un soldato… certo… lo sono e non vi nascondo che la carriera militare non mi dispiace. Ma… in un uomo spesso convivono tanti sentimenti e stati d’animo diversi… sempre che ci sia una persona accanto a lui, che lo aiuti a farli emergere…”

“Cosa volete dire…?” Simone ora appariva confusa.

Lui scosse il capo. “Scusatemi… forse mi sono spiegato male…”

“No… sono io… che non capisco…” rispose Simone. “Mi sento così inadeguata… vorrei essere in grado di parlare con voi, e invece… mi sento…”

“Non pensate una cosa simile, Simone!”

“E invece, sì… chissà che cattiva impressione vi avrò fatto, recitando quelle poesie.” Simone, ora, appariva quasi offesa.

“No! Non è vero! Le avete recitate con così tanta passione… voi dovete amare molto la poesia…”

“Amo quelle che conosco…” replicò amaramente. “Tre o quattro…”

“No! Da domani… ne amerete molte di più, Simone!”

Il giovane Jarjayes si alzò con fare risoluto, colmo di gioia e felicità. Aveva trovato il modo per poter stare con Simone… se non sempre, almeno il più possibile.

“Simone… vi andrebbe di imparare a leggere e scrivere?” domandò, mentre la voce tremava, trattenendosi a stento dal prenderle una mano, dallo sfiorarle il viso con  una carezza…

 

A distanza di così tanti anni, quei ricordi – volutamente o meno – riposti in chissà quale parte di sé travolsero il generale François de Jarjayes.

Sorrise, ripensando al viso di Simone, dopo quella sua proposta così strana.

Non vide ombra di sospetto o di diffidenza, nei suoi occhi. Solo un entusiasmo appena frenato da chissà quali pensieri.

Pensieri che l’avevano resa titubante, dapprima; infine, aveva accettato la proposta del suo giovane padrone.

Ricordò il dialogo che era seguito…

 

“Cosa? Voi vorreste insegnarmi…”

“Sì, è così, Simone… per me sarebbe un piacere enorme…”

“Ma perché? Io… non sono che una ragazza di paese… ignorante… e voi invece siete… Per quale ragione vorreste fare una cosa simile?”

“Perché, secondo me, siete una ragazza molto intelligente, brillante e acuta. E mi dispiace sempre vedere sprecate doti simili.”

Il giovane dovette faticare per nascondere il turbamento nella sua voce. Per nascondere i veri motivi di quell’offerta.

Simone rimase in silenzio, poi, preoccupata, obiettò: “Ma, signore! Avete pensato a vostro padre? Non accetterebbe mai una cosa simile! Che voi… suo figlio…”

Quelle parole erano state una doccia fredda per il giovane. Da quando era entrato nella sua stanza, trovandovi Simone, da quel momento, aveva perso completamente il senso delle cose, della realtà. Solo lui e Simone. Non il giovane rampollo e una cameriera. Ma la realtà era un’altra ed erano state proprio le parole di Simone a ricordarglielo.

Al Diavolo!

“Non c’è alcun bisogno che mio padre venga a sapere di questo…”

“Signore, lasciamo perdere. Apprezzo, credetemi, le vostre intenzioni… ma…”

Un gesto risoluto della mano interruppe Simone.

“Lasciate fare a me… o, forse, non vi piacerebbe poter leggere questo libro? Ve lo regalo, se voi mi prometterete che, un giorno, potremo leggerlo insieme.” Non aggiunse altro. Prese una mano di Simone e con delicatezza, le porse il volume.

“Io… non so cosa dire…” farfugliò la giovane, confusa. E felice.

“Dite solo che mi darete questa possibilità, Simone…”

 

Il generale Jarjayes sollevò il viso. Aveva appoggiato la fronte al vetro della finestra ed il contatto con la materia fredda lo fece tornare alla realtà.

Aprì il battente, uscì sulla terrazza.

Lo sguardo si perdeva nel parco, tra le querce, gli abeti, i sempreverdi.

Là, proprio in quella direzione, c’era il piccolo edificio, considerò richiamando nuovamente il ricordo di quei giorni.

Lo cercò con lo sguardo. Rise di se stesso. Era ovvio che non si vedesse più, da lì. A distanza di tanti anni, gli alberi erano cresciuti e, così, ormai coprivano quella parte del grande giardino… impedendo la vista della piccola costruzione in pietra.

“Il nostro rifugio, Simone”, pensò.

 

 

Continua...

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