François et Simone
parte IV
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Sette anni dopo circa…
Il viavai davanti alla camera di Nanny era continuo.
Tutti erano preoccupati per le condizioni della donna.
Erano passati ormai tre giorni da quando era giunta una lettera dalla Bretagna, che portava notizie tremende. Dopo averla letta, la governante era caduta a terra priva di sensi.
“Nanny! Nanny! Cosa…??!”
L’avevano adagiata su una panca.
La lettera era rimasta a terra.
“Cosa ci può essere scritto?” aveva domandato, inquieta, la cuoca, lanciando un’occhiata esitante al foglio, mentre, chinata su Nanny, cercava di farla riprendere.
Una cameriera l’aveva raccolta, titubante. “Non è bene leggere le lettere altrui… ma…” Sbiancò.
“Oh mio Dio! E’… è terribile! Povera Nanny! Povera Nanny!”
Simone e suo marito Mathias erano morti. Un incidente… Il carro su cui viaggiavano, di ritorno dal lavoro nei campi, si era ribaltato…
La lettera era stata spedita a Nanny dal parroco del paese. E la povera donna, ancora scioccata dal dolore, non riusciva a trovare la forza di reagire. Piangeva, chiusa nella sua stanza, ma nessuno riusciva a consolarla. Anche m.me Jarjayes aveva cercato in qualche modo di darle sollievo. E così, lentamente, grazie all’attenzione ed all’affetto di quanti le erano vicini, Nanny era riuscita a reagire.
Era trascorso qualche giorno quando il generale tornò a casa, dopo una lunga assenza. Era piuttosto tardi, e si stupì di trovare sua moglie ancora in piedi.
Lo accolse in silenzio, contrariamente al suo solito, senza informarsi del viaggio, della missione. Poi, soltanto quando egli si fu seduto, gli parlò.
“François… è successa una cosa tremenda. Mentre tu eri fuori, è arrivata una lettera per Nanny…” mormorò in un soffio.
Il generale alzò il viso di colpo. Sentì immediatamente una profonda inquietudine.
“Oh… François… che disgrazia… che disgrazia!”
L’uomo non riuscì a frenare l’ansia.
“Che cosa è successo? Vuoi deciderti a parlare?” esclamò. Poi, si rese conto di aver alzato la voce, forse troppo. “Scusami…”
M.me Jarjayes fece un cenno, a significare che non doveva preoccuparsi. Poi, il suo volto si rabbuiò. “Ricordi Simone? La nipote di Nanny?”
“Sì…” La risposta del generale era stata appena percettibile. E, intanto, la sua inquietudine, si era tramutata in qualcosa di ancora peggiore.
“Simone e suo marito… sono morti…”
Jarjayes dovette sorreggersi alla parete, per non cadere.
La violenza dolorosa e straziante di quei ricordi era stata come una fucilata in
pieno petto. Ma ancora più lacerante era stato, all’epoca, l'aver dovuto
reprimere, davanti a sua moglie, un grido di dolore, di disperazione, che
altrimenti non avrebbe saputo spiegarle. Era ricorso a tutta la sua volontà per
ricacciare i suoi reali sentimenti, dopo aver udito quella tremenda notizia.
Ogni volta, ogni volta che era riuscito a trovare un po’ di pace, ad
allontanare per quanto possibile il ricordo di Simone, accadeva qualcosa che
gliela riportava prepotentemente presente…
Il matrimonio, suo figlio André…
Ed ogni volta, in ognuna di queste cose, aveva trovato la
forza di ricacciare indietro il pensiero di lei. Era sposata, aveva un figlio…
aveva la sua vita.
E lui, ormai, aveva la sua, così diversa e distante da
quella di Simone. Una ragione in più per dimenticare.
Ma quella notizia…
"Ricordo che chiesi a mia moglie di stare solo…
che ero stanco dal viaggio e volevo riposare…"
Invece… passò le notti cercando di strozzare le
lacrime…
“Tu… sei il generale Jarjayes! Lei… lei non è mai
esistita…” si era ripetuto in quelle notti senza fine.
Erano passate più di tre settimane dall'arrivo della lettera.
Nanny era ritornata in Bretagna per assistere ai funerali di quella nipote così amata.
Doveva chiedere qualcosa al generale Jarjayes… ne avrebbe trovato il coraggio?
No, direttamente forse mai…
“François… posso rubarti un attimo del tuo tempo? Dovrei parlarti…”
M.me Jarjayes era entrata nello studio del marito. Era preoccupata per lui. Da diversi giorni appariva come distante, distratto… triste.
Purtroppo, egli era sempre stato restio a parlare dei suoi problemi. Non l’aveva mai resa partecipe. Lui, con il suo carattere chiuso ed ombroso. Lei, così discreta e riservata, da non riuscire a trovare il coraggio di chiedergli i motivi di quella sua tristezza.
“Sì… certo… vieni, siediti qui e dimmi tutto…” rispose l’uomo in maniera quasi indifferente.
M.me Jarjayes sospirò, addolorata per il tono stanco del marito. Infine, gli disse quanto doveva.
“Nanny è venuta da me oggi. E’ molto preoccupata. Per suo nipote, per André…”
L'uomo rimase in silenzio. Poi, improvvisamente, parve risvegliarsi dall’apatia.
“Il… figlio di sua nipote Simone?”
“Sì… quel bambino nella disgrazia è stato fortunato. Almeno non era con i genitori quando c'è stato l'incidente… Ma ora è rimasto solo…non ha più nessun parente in Bretagna. Ormai ha solo…” Una pausa. “… Nanny…”
“Sì… certo…”
“Attualmente, è ospite presso il parroco del paese, ma… non è come avere accanto una persona cara. E il bambino… è molto affezionato a Nanny… lei andava a trovarlo appena poteva, gli spediva dei piccoli regali… delle lettere…”
Comprese, senza bisogno che sua moglie andasse oltre nel discorso. La interruppe.
“Ho capito… manda Nanny qui da me. Anche adesso…”
La donna si alzò, posò una carezza lieve sulla mano del marito. “Bene… la chiamo subito…”
Nanny arrivò quasi subito. Dopo essere entrata, era rimasta in piedi, davanti alla porta, visibilmente agitata.
“Vieni Nanny… vieni, siediti qui…”
La donna avanzò di qualche passo. Il tempo pareva infinito. Si sedette di fronte a lui.
“Mia moglie mi ha parlato delle tue preoccupazioni per André… tuo nipote.”
“Sì, signor generale… sono molto in pena per lui. Gli è toccata la stessa sorte della madre”, rispose affranta, “è rimasto orfano di entrambi i genitori ed io…”
“E tu… vorresti prenderlo con te, immagino. Vorresti farlo venire a vivere qui…”
La donna impallidì.
“Io… non volevo, ho pensato e ripensato ad altre soluzioni… Perché…”
I due si guardarono senza parlare.
Il generale si alzò. Fuori, nel giardino, suo figlio Oscar rideva e giocava con le sue sorelle, mostrando loro la spada di legno che uno stalliere aveva costruito per lui.
“Non devo aver paura di nulla… e quello che sto per fare, lo faccio per Oscar. André… è solo il nipote della mia governante… nient’altro.”
Era ancora restio. Non poteva certo rifiutarsi di accogliere André…
Come avrebbe spiegato, a sua moglie specialmente, il rifiuto alla richiesta di Nanny? A quella povera donna tanto in pena per quel nipote di soli otto anni?
Si voltò verso Nanny.
“Era da tempo che pensavo di prendere in casa con noi un… ragazzino. Un maschio, Nanny. Oscar sta sempre più spesso in compagnia delle sue sorelle e temo che questo possa pregiudicare i progetti che ho per lui. Perché Oscar, in fondo, è una bambina. E’ un fatto…” Tornò a sedersi. “Oscar deve avere un compagno di giochi. Ma voglio che sia un maschio, per ovvie ragioni. Un ragazzino che riceverà la sua stessa educazione, che apprenderà tutto quello che apprenderà Oscar… e che, una volta adulti, le farà da attendente…”
“Capisco signor generale…” mormorò la donna.
“Ti faccio una proposta. Lascerò che tu porti André qui. Ma crescerà come disporrò io. In fondo… era una cosa che volevo fare ed è sempre meglio tuo nipote di chiunque altro. In un certo modo non sarà un perfetto estraneo, essendo un tuo familiare.” La voce del generale si era fatta fredda, secca. Aveva deciso. Ormai, tutto quello che gli interessava, era crescere Oscar, la sua preparazione. Ed André era davvero comunque meglio di un estraneo…
Si convinse che quella era la ragione della sua decisione, della sua scelta. Nessun’altra…
“Accetto la vostra proposta, signor generale… e vi ringrazio… Non osavo sperare…”
La donna, sul cui viso erano apparse delle lacrime, non riuscì ad aggiungere altro. Poi, lasciò lo studio.
André osservava il salone, le pareti altissime, i quadri, il pavimento lucidissimo.
Non aveva mai visto una cosa simile, pensava. Forse, solo nelle illustrazioni di quel libro di fiabe che gli aveva regalato don Gerard…
Nanny, china di fronte a lui, gli sistemava la giacca, la camicia bianca che gli aveva fatto indossare.
“Mi raccomando, André… comportati bene. Saluta il generale non appena arriva e, mi raccomando, salutalo con un inchino, come ti ho insegnato, e solo dopo che lui ti avrà…”
“Sì… solo dopo che mi avrà parlato lui per primo… lo so!” Sbuffò André, con una smorfia.
Poi, dopo quelle ultime raccomandazioni, i due rimasero lì, nel salone, ancora una decina di minuti. Infine, il generale comparve sulla cima delle scale. Poi, li raggiunse.
Osservò André. “Ha… i tuoi stessi occhi, Simone…” aveva pensato, misurando lo sguardo di quel ragazzino. Tranquillità, pacatezza di carattere… certo, ma, come in Simone, fu sicuro di vedere la stessa forza interiore, lo stesso fuoco di vivere, celati dietro a quegli occhi verdi, che, a loro volta, lo fissavano incuriositi.
Quel pensiero improvviso, inaspettato, che aveva sperato non lo sfiorasse, che aveva cercato di ignorare, invece lo colse, lasciando in lui un emozione ed un turbamento inattesi. E, poi, altrettanto inaspettata, lo colse la rabbia. Non aveva solo gli occhi di Simone. In qualcosa assomigliava al padre… a Mathias… André infatti non aveva i capelli chiari e sottili della madre, ma capelli corvini, neri come la notte, lucidi e spessi. Sicuramente, li aveva presi da lui, da Mathias Grandier…
Basta! Basta!
Riuscì a tornare alla sua solita fermezza, almeno apparentemente.
“Bene… e così tu sei André…”
“Buongiorno, signor generale” fu la risposta del piccolo.
L’uomo si fece più vicino.
“Bene. Come tua zia ti avrà spiegato, sai che tu vivrai qui, d’ora in poi”
“Io la chiamo nonna, signor generale. Anche se era la zia di mia madre… io la chiamo così!”
Nanny sobbalzò davanti alla precisazione del nipote, data con cortesia, ma anche con voce chiara. Una risposta estremamente diretta, che per lui doveva avere molta importanza. Preoccupata, osservò il generale, aspettandosi da lui una reazione infastidita… E invece, il generale sorrise, divertito… Quel ragazzino lo aveva sorpreso. Era, sì, disorientato, un po’ smarrito, davanti a tutte quelle cose così nuove per lui, davanti alla nuova vita che avrebbe condotto da quel giorno in poi, ma non era intimorito. Nemmeno da lui, un generale. E quella risposta determinata, orgogliosa, quasi da adulto, ne era stata la piena dimostrazione.
André, dopo aver la precisazione, si voltò verso Nanny, sorridendole. E solo dopo si ricordò di rispondere: “Grazie per avermi accettato nella vostra casa, signor generale.”
L’uomo annuì. “E”, rise divertito, pensando alle parole del bambino, “tua… nonna… ti ha anche detto a quali condizioni ti ospiterò qui, immagino!”
André fece un cenno deciso. “Sì! Dovrò diventare l’attendente… si dice così?… di vostra figlia.”
“Esatto, è proprio così. Anzi, ti porterò subito da Oscar, così lei avrà modo di conoscerti.”
E gli anni passarono.
André, crebbe insieme ad Oscar, fino a diventare, come
era stato deciso, il suo attendente.
Il generale maturò sentimenti ambivalenti nei suoi
confronti. Cercava in tutti modi di vederlo e trattarlo come avrebbe fatto con
qualsiasi altro suo dipendente. Tuttavia, non poteva evitare di riconoscere che
aveva provato dell’affetto sincero per il giovane, fin dalla prima volta che
André era entrato in casa loro. Era il figlio di Simone, ed il solo fatto che
qualcosa di lei, anche solo fisicamente, fosse di nuovo davanti ai suoi occhi,
glielo aveva reso inevitabilmente caro, nonostante tutte le resistenze, le
distanze che si era prefisso di tenere nei suoi confronti.
Inoltre - e questo giocava paradossalmente a sfavore del
generale - Oscar fin dalla prima volta che aveva visto André, tanti e tanti
anni prima, aveva dimostrato di apprezzarne moltissimo la compagnia, e,
successivamente, conoscendolo sempre meglio, anche l'amicizia.
“Ed ora l’amore…” pensò.
Questo gli fece tornare in mente che, spesso, e con suo
grande sconcerto, più di una volta, si era sorpreso a pensare che André…
Che, se solo il destino avesse fatto andare le cose in
modo diverso, forse André sarebbe potuto essere… suo figlio…
Le cose, invece, erano andate diversamente. Ma non ne era
dispiaciuto. Pensò a sua figlia, ad André.
“Meglio così”, si disse. “Altrimenti, ora, come
potrebbero amarsi?”
Osservò la fila di ritratti appesi alla parete di
fronte. I volti di tutti i suoi avi, di tutti i figli maschi
della famiglia Jarjayes, dal 1300… fino all’ultimo ritratto in ordine
di tempo - e di morte: quello di suo padre. Si avvicinò alla parete, osservando
il quadro. Il genitore, ritratto in alta uniforme, pareva osservarlo ancora con
lo stesso sguardo severo e duro che gli aveva rivolto tanti anni prima…
“Cosa pensereste di me, ora? Di vostro figlio, che è
felice di sapere che un semplice attendente ama sua figlia Oscar, e desidera
sposarla?” Rise quasi amareggiato. “Forse vi chiedereste se sono diventato
un… liberale? Che delusione sarei per voi, ora!”
Forse lui non era "diventato".
Lui era "tornato" ad
essere il François di tanti anni prima.
L’amore di André, le sue parole, il sentimento che
provava per Oscar, avevano distrutto il muro di certezze ed illusioni su cui
egli aveva costruito le sue difese, avevano scardinato le bugie che si era
raccontato. Un muro apparentemente forte, robusto, ma poggiato su fondamenta
troppo fragili…
In André, quella sera, quando il giovane l’aveva
minacciato con la pistola, aveva rivisto se stesso giovane, ai tempi del suo
amore per Simone. Ed in sé, tristemente, constatò di aver riconosciuto il
proprio genitore, quell’uomo arido che gli aveva impedito con il ricatto, con
i sensi di colpa, che aveva insinuato in lui, e - come se questo non bastasse-
usando la passione di François per la vita militare, di amare quella ragazza.
L’unico vero amore della sua vita… ormai era inutile negare… Ora, per la
prima volta, dopo tanti anni, si sentiva schiacciato dal peso di quei ricordi,
ma, contemporaneamente, era più leggero: quel peso sul cuore, non lo sentiva più.
“Generale…”
L’uomo si voltò, in direzione della porta.
Era Nanny. La guardò, era invecchiata così tanto.
Osservò le spalle curve, gli occhi segnati dalla stanchezza del peso di vivere,
ormai troppo gravoso per lei.
Avvertì l’impulso di andare verso di lei, di
abbracciarla, di scusarsi con lei…
Anche con Nanny era stato così ingiusto…
“Dimmi Nanny… ed entra, non stare lì sulla
porta…”
La donna si avvicinò.
“Generale, Oscar e André sono stati richiamati in
caserma. Domani dovranno essere a Parigi…”
“Sì… immaginavo… Anche il mio reggimento è in
stato di pre-allarme. Credo che presto toccherà anche a me…”
“Se… se volete salutare Oscar… ora si sta
preparando in camera sua…”
“E André? Dov’è André?”
“Nelle scuderie. Sta sellando i cavalli…”
“E’ con lui che devo parlare…” Lasciò la stanza.
Nanny, come intuendo quel travaglio di pensieri e
ricordi, si preoccupò. “Signor generale…”
Lui si voltò verso di lei.
Lei ne osservò, sconvolta, le lacrime.
“Io… l’amavo, Nanny… non l’ho mai
dimenticata…”
“Anche lei… anche lei ti amava, François…”
rispose Nanny, la voce rotta, dimentica, per una volta, delle convenzioni che si
erano instaurate tra di loro.
François scosse la testa. “Devo parlare ad André…”
“Non vorrete raccontargli di…” Non riuscì a
pronunciare quel nome.
“No”, le rispose. “Forse dovrei farlo… Forse
meriterei il disprezzo di André. Dovrei avere il coraggio parlargli… Che cosa
sono diventato, infine?”
“Non dite così, signore… André… vi vuole bene…
davvero!”
“Comunque”, continuò, “stai tranquilla. Non saprà
nulla di me, di lei… ma una cosa la devo fare… Devo dirgli… di occuparsi
di Oscar, di proteggerla, di starle sempre vicino. E, soprattutto, che spero che
non succeda niente ad entrambi, che desidero rivederli… che vorrei…” Non
riuscì ad aggiungere altro. Uscì.
“Simone, non sarò come mio padre. No… André ed
Oscar dovranno essere liberi di amarsi, di stare insieme… Non rifarò gli
stessi errori. E, forse, una piccola parte dell’amore che non abbiamo potuto
vivere noi, vivrà nell’amore che sta nascendo tra i nostri figli…”
Con quell’ultimo pensiero, prese a scendere le scale,
con passi appena incerti.
Il sole, ormai, tramontava…
Fine
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