Una notte
(momenti e ricordi)
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“Oh
mio Dio! Mio Dio!”
André
si voltò di colpo.
La voce
che aveva sentito era quella di sua nonna.
Impallidì
appena si rese conto del motivo di quell’esclamazione della donna. Il generale
Jarjayes era entrato nell’ampio ingresso. Il viso preoccupato, teneva Oscar
tra le braccia, pallida in viso, priva di conoscenza.
André
corse verso di lui.
“Che
cosa è successo generale?! Che cos’ha Oscar??!”
Il tono
di voce di André era disperato.
Il
padre di Oscar non gli rispose, e si accinse a salire lo scalone che portava
nelle stanze da letto. André lo seguì.
“Oscar
si stava misurando con suo padre… ad un certo punto è svenuta.", spiegò
la nonna. "Oh! Mio Dio! La mia piccola Oscar!” esclamò, faticando a
stare al passo del nipote che saliva i gradini di corsa, due a due.
Raggiunsero
in fretta la camera di Oscar. Suo padre l’aveva adagiata sul letto.
“André,
presto! Manda qualcuno a chiamare il dottore!”
“Ci
penso io, signor generale!” rispose la nonna, anticipando il nipote. Lasciò
la stanza velocemente, continuando ad esprimere a voce alta tutta la sua
preoccupazione.
André
si avvicinò al letto di Oscar.
“Generale
Jarjayes…”
Il
padre di Oscar era cereo, il viso teso.
“Non
so cosa sia successo André… stavamo combattendo… ho visto Oscar impallidire
di colpo, e poi cadere a terra…” Si voltò verso la porta, quasi sperando di
vedere già il dottore comparire.
Si
affacciò invece la nonna di André: “Ho mandato un valletto ad avvisare il
medico, generale. Gli ho detto di fare il più presto possibile!” Si avvicinò
al letto di Oscar.
“Com'è
pallida! Speriamo che il dottore arrivi presto…” mormorò, le prime lacrime
che si affacciavano sul suo viso.
Il
medico arrivò. Invitò tutti a lasciare la stanza. “Penserò io a Madamigella
Oscar… state tranquilli.”
La
visita durò parecchio. Poi, finalmente, il medico comparve nel salone.
“Dottore,
come sta Oscar? Cosa le è successo?!” André era stato il primo a parlare,
andandogli incontro, seguito dal
generale.
“Ora
sta meglio. Ha ripreso conoscenza…”
Le
espressioni dei due uomini ora di fronte a lui, si distesero un poco.
“Comunque”,
riprese il medico “dovrà stare a riposo per qualche giorno. Il suo svenimento
è stato provocato da uno stato di debolezza…” L’uomo tentennò
leggermente. “Uno stato di leggero affaticamento… niente di grave.” terminò.
André
aggrottò lo sguardo. Aveva avuto la netta impressione che il dottore poco prima
fosse stato sul punto di dire qualcosa, ma poi, avesse rinunciato.
“Possiamo
vederla?” La domanda, piena di ansia, era venuta dal padre di Oscar e da André
quasi contemporaneamente.
L’uomo
annuì. "Sì, certo. Ma non subito. Le ho somministrato una medicina, che
le consentirà di dormire qualche ora. Dovrete aspettare. Almeno un paio
d’ore. Poi potrete farle visita. Quando si sveglierà, dovrà fare un pasto
leggero.” Questa ultima frase fu rivolta alla nonna di André.
Il
medico non aggiunse altro, e si congedò.
Erano
passate un paio d’ore. André era uscito nel parco di Palazzo Jarjayes.
Camminava da parecchio. Era preoccupato per Oscar. Quando era accorso al suo
capezzale, era rimasto impietrito. Aveva sentito un dolore insopportabile
stringergli il cuore. Ma aveva anche sentito una tenerezza straordinaria verso
di lei in quel momento. Il viso di Oscar era così pallido. La pelle così
bianca, trasparente. Gli occhi chiusi, le sue ciglia che si posavano dolcemente
sul suo volto. Aveva dovuto trattenersi a fatica, per non essere vinto dalla
tentazione di andarle vicino, di tenerla fra le sue braccia. Mai in come quel
momento l’aveva sentita così. Come la sua Oscar. Aveva un’espressione così
dolce, così indifesa. Così diversa dalla Oscar che tutti conoscevano.
L’istinto di protezione, che da sempre aveva verso di lei, che da tutta la
vita lo accompagnava, in quel momento si era portato a livelli di tale intensità,
che André aveva dovuto stringere i pugni, per domare il suo desiderio di
cullarla fra le sue braccia. Di far allontanare tutti. Per occuparsi lui, lui
solo della sua Oscar. Era preoccupato anche per quello che aveva detto il
dottore. O meglio, per quello che non aveva detto.
“Oscar…
io lo so. Tu hai chiesto qualcosa il dottore. Gli hai chiesto di mentire
sulle tue condizioni di salute...” Quel pensiero non gli dava pace. Si
incamminò verso Palazzo Jarjayes.
Era
appena rientrato. Sua nonna gli venne incontro. “André, Oscar si è
svegliata. Le stavo portando qualcosa da mangiare. Ma forse… preferiresti
andare tu...”
“Sì,
certo, vado subito.” Prese il vassoio dalle mani della donna.
“André…
io sono così preoccupata per Oscar. Sono tanto in pena. E’ tutta colpa del
suo nuovo incarico. Non doveva abbandonare il comando delle Guardie Reali!!”
André
sorrise mestamente. “Nonna…”
“E’
tutta colpa sua!!”, esclamò la
donna rabbiosamente, accennando allo studio del generale.
André
rimase senza parole. Non aveva mai sentito sua nonna rivolgersi con quel tono
astioso verso il suo padrone. Mai, in tanti anni. “Nonna… non dire queste
cose…” mormorò ma senza convinzione.
“André!
Tu la pensi come me… anzi…” Non terminò la frase, come presa dal timore
di aver detto troppo e si voltò di scatto. Se ne andò lasciandolo solo.
André
raggiunse la camera di Oscar e bussò. La voce di lei lo invitò ad entrare.
Oscar era appoggiata a due grossi cuscini. André le si avvicinò. Il viso
appariva ancora pallido, stanco.
“Come
ti senti, Oscar?”
“Un
po’ meglio. Grazie, André.”
L’uomo
posò il vassoio su un tavolino di fianco al letto. “Devi mangiare qualcosa,
Oscar…”
“Non
ho molto appetito in verità…” mormorò lei scuotendo leggermente la testa.
“Posso
immaginarlo, Oscar. Ma non è un buon motivo per rimanere digiuni.”
Oscar
non rispose.
André
si sedette vicino al letto. “Sono stato molto in ansia per te, Oscar…”
“Non
ce n’era motivo ,André. E’ stato solo uno svenimento dovuto alla
stanchezza…”
André
la fissò negli occhi. “Ti stai trascurando troppo, Oscar…”
Lei
sorrise. “André, sei il solito! Ti preoccupi troppo!”
“Oscar…
io ti conosco, più di me stesso. Qual è la verità?” Parlò con tono che
sorprese Oscar. Così deciso e risoluto.
“La
verità? Di cosa stai parlando, André?! La verità è quella che vedi! E’
stato solo un leggero svenimento! Mi pare che tu stia dando troppo importanza a
qualcosa che non ne ha!”
André
sobbalzò. La voce di Oscar era diventata dura, quasi irata. “Sì… certo,
Oscar… scusami.” mormorò André abbassando gli occhi.
“Bene…
ora, visto che insisti tanto, mangerò qualcosa.”
André
si alzò con l’intenzione di porgerle il vassoio, ma Oscar lo fermò con un
cenno della mano. “Puoi andare, André. Ci penserò da sola.”
Lui
si voltò di colpo, avendo compreso il significato della sua frase. “Oscar, tu
non dovresti alzarti dal letto…”
Il
tono di lei era tornato sereno, quasi dolce. “Non devi preoccuparti, André.
Ti prometto che mi alzerò solo il tempo necessario per cenare.”
“Va
bene, Oscar, come vuoi…” si limitò a risponderle. E uscì. Aveva fatto
appena pochi passi, quando poté udire distinti, alcuni colpi di tosse,
piuttosto violenti. “Oscar, perché? Perché vuoi sempre affrontare tutto da
sola? Perché?!” Scese le scale, cercando di vincere la tentazione di tornare
nella camera di Oscar.
Oscar
non si era mossa dal letto. Era rimasta seduta, immobile. Pensava ad André. Al
modo in cui lei lo aveva appena trattato. “André… perdonami… se ho paura
di dirti quello che provo per te. Perdona la tua Oscar che per la prima volta
non riesce a trovare coraggio.” pensò, ormai consapevole dei sentimenti che
aveva sentito nascere in sé, verso André. Il suo André. Ritornò
all’episodio verificatosi a St. Antoine. A tutto quello che aveva compreso in
quei momenti drammatici. “E’ strana la vita. Strana e ingiusta. Possibile
che si capisca di amare qualcuno solo quando si rischia di perderlo?” No. Era
diverso. Lei amava André già da tanto tempo prima. Ma quello che era successo
a St. Antoine era stata la prova definitiva, determinante. Che le aveva aperto
gli occhi. Quella che l’aveva messa anche di fronte al suo cuore. Al suo cuore
di donna. Ma la battaglia con se stessa non era ancora finita. Per vincerla
definitivamente avrebbe dovuto trovare il coraggio di rivelare i suoi sentimenti
ad André. “Non è così facile per me vincere una battaglia del genere…”
pensò sorridendo con amarezza. Eppure era quella più importante della sua
vita. Quella da vincere ad ogni costo. Lei lo sapeva.
“André,
domani tu dovrai rientrare in caserma?”
André
era perso nei suoi pensieri, gli ci volle qualche secondo per riconoscere la
voce del generale Jarjayes. Si alzò in piedi.
“Sì,
signor generale…”
“Bene…
Allora penserai tu ad avvisare il colonnello che Oscar rientrerà in servizio
tra un paio di giorni…”
“Sì,
certo. Contate su di me. Ci penserò io.”
Il
generale Jarjayes annuì e lo lasciò nuovamente solo.
Era
sera tardi, ormai. Palazzo Jarjayes si placava di tutti i rumori del giorno. I
servitori, i valletti si erano già ritirati dopo aver ultimato le loro
incombenze.
André
non riusciva ad addormentarsi. La preoccupazione per la sua Oscar non lo
abbandonava.
Oscar
aveva cenato, poi lo aveva fatto chiamare nella sua stanza. E gli aveva
comunicato che l’indomani si sarebbe presentata regolarmente in caserma.
André
non era riuscito a controllare la sua reazione. “Oscar! Stai scherzando,
spero! Il dottore ha detto che…”
Lei
non l’aveva lasciato continuare. “Non ha importanza. Mi sento meglio, André.
Prenderò ancora una piccola dose della medicina che mi ha somministrato il
dottore. Sarà sufficiente a farmi dormire profondamente e domani sarò
riposata, perfettamente in grado di alzarmi. Ti sei forse dimenticato che tra
pochi giorni ci sarà la convocazione degli Stati Generali? E’ necessaria la
mia presenza, André. Abbiamo poco tempo per organizzarci…”
André
aveva cercato in tutti i modi di convincerla a restare a Palazzo Jarjayes. Ma
era stato del tutto inutile. Oscar era decisa, risoluta.
Si
alzò dal letto e lasciò la sua stanza. Palazzo Jarjayes era silenzioso,
immobile. Non si udiva alcun rumore. Ormai tutti dormivano. Camminò fino a
ritrovarsi davanti allo scalone che portava nelle stanze del generale
Jarjayes… e di Oscar…
“Sarà
riuscita ad addormentarsi?” Quel pensiero lo convinse a salire la scala e
raggiungere la stanza di lei. Era di fronte alla porta. Non udiva nulla. Avrebbe
dovuto andarsene. Ma accadde qualcosa. Qualcosa che fu più forte di lui. Non
riconobbe quasi se stesso, nel compiere quel gesto. Silenziosamente, facendo
attenzione a non fare il minimo rumore, aprì la porta ed entrò nella stanza.
Chiuse la porta, sempre in assoluto silenzio. La camera di Oscar era rischiarata
da una candela, che emanava una luce fioca, flebile, ma sufficiente a percepire
ogni cosa. André si mosse sicuro. Conosceva bene quella stanza. Si avvicinò al
letto di Oscar. Era distesa bocconi. Un braccio era abbandonato lungo il letto.
I capelli biondi sparsi sul cuscino, luminosi anche in quella luce minima.
“Come
sei bella, amore mio..” pensò André mentre la guardava. Quel senso di
tenerezza, di protezione così intensa, che aveva provato quel pomeriggio, lo
prese di nuovo. Ma stavolta era diverso. Stavolta alcuno sguardo si posava su di
lui. Si chinò di fianco al letto, come un fedele si sarebbe chinato di fronte
al suo Dio. Al Dio, per cui avrebbe fatto qualsiasi cosa. A cui avrebbe dato in
dono la sua stessa vita. Allungò una mano verso il braccio di Oscar. Con una
delicatezza assoluta se lo avvicinò. Guardò Oscar per un momento. Continuava a
dormire. Benedisse per un attimo quello che era accaduto quel pomeriggio. Il
malore di Oscar. Quella medicina, che ora gli appariva fatata, come un filtro
d’amore, che, donando un sonno profondo a quella donna da lui così amata, gli
permetteva di fare quello che stava facendo. Quel pensiero lo incoraggiò. Portò
la mano di Oscar vicino al suo viso, beandosi di quella carezza involontaria di
lei.
“Oscar...
Ti amo..” mormorò.
Alzò
lo sguardo su di lei. Quella donna era la sua vita. La sua estate e la sua
primavera. Il suo autunno ed il suo inverno. Il soffio che gli dava vita. E il
soffio che avrebbe potuto togliergliela.
“Chiedimi
di morire, Oscar. Chiedimelo ed io lo farò…”
Sul
viso di Oscar era dipinto, lieve come un piuma, un sorriso.
“Stai
sognando, amore mio? Vorrei essere io il centro dei tuoi sogni, dei tuoi
pensieri…”
Lasciò
la mano di Oscar, e posò con delicatezza, come fosse un fiore prezioso il
braccio di lei sul letto. L’interrompersi di quel contatto, di quella carezza
lo investì di una grande tristezza. Lo fece sentire debole, come se Oscar in
quel gesto gli avesse trasmesso una linfa vitale. Una linfa vitale di cui lui
non poteva fare a meno. La guardò nuovamente. Posò una mano sul viso di lei,
scostando una ciocca dei suoi capelli, cosi lucenti, morbidi come seta. Volse lo
sguardo al corpo di Oscar. Il sonno profondo, artificiale di lei, la
consapevolezza di quel momento di abbandono di volontà della donna, lo resero
ardito. Con una mano sfiorò il bordo del lenzuolo che la copriva. Continuava a
non riconoscersi in quei gesti, in quel furtivo momento di contemplazione. Prese
con delicatezza il lenzuolo ed iniziò a scoprire lentamente il corpo di Oscar.
“Oscar…
non svegliarti ora...” sussurrò, come fosse una preghiera.
Rimase
senza fiato. Oscar non indossava nulla. Non se lo aspettava. Il corpo stupendo,
disteso. Quella pelle bianca, trasparente che lui conosceva così bene.
“Fermati
André… fermati ora…” si sorprese a dire a se stesso.
Ma
tutto fu inutile. Allungò nuovamente una mano verso di lei. Con un tocco lieve,
cominciò a sfiorare la schiena di lei. Chiuse gli occhi, turbato, rapito da
quella sensazione. Avrebbe dovuto fermarsi. Smetterla. Oscar avrebbe potuto
svegliarsi. Ma non riuscì a vincere se stesso. Iniziò a percorrere il corpo di
Oscar, con quella carezza delicata.
“Perdonami,
Oscar… perdonami per quello che sto facendo…” mormorò piano.
Percepiva
chiaramente le curve morbide che segnavano il suo corpo. Riuscì ad aprire gli
occhi. Sobbalzò di colpo. Aveva sentito un movimento di lei. Quasi
impercettibile. Allontanò la mano di colpo. Trovò il coraggio di guardare il
viso di Oscar. Era stato un movimento nel sonno, aveva pensato André
osservandola. Involontario. Oscar continuava a dormire. Ma quel subitaneo gesto
di Oscar era stato sufficiente a risvegliare André dal suo sogno di un momento.
Da quegli istanti di follia richiamati dall’amore. Sempre con la massima
attenzione, riportò la coperta sul corpo di Oscar.
“Dormi,
Oscar… io starò vicino a te questa notte.”
Era
deciso a farlo. Sarebbe stato accanto a lei, assaporando la gioia di guardarla
dormire. Se ne sarebbe andato all’alba. Ma non prima. Si sedette accanto al
suo letto e allungò nuovamente una mano verso il viso di lei.
“Ancora
un'ultima carezza, amore mio…”
“André…”
André sobbalzò. Oscar aveva gli occhi aperti, ed ora lo stava fissando.
Rimase
impietrito. Ritrasse di colpo la mano che pochi istanti prima stava per posare
sul viso di Oscar. Avrebbe voluto sprofondare in quel momento. “Dio… ti
prego. Fa' che si sia svegliata solo ora!” pregò con tutte le sue forze.
Oscar
si alzò, leggermente. “André…”
Decise
di tentare. Tentare una bugia che sapeva assurda, lui per primo.
“Ero
venuto… a vedere se eri riuscita ad addormentarti… Oscar…”
Trovò
la forza di guardarla negli occhi. Cercò di leggere un'espressione in quello
sguardo. Ma il viso di lei era indecifrabile.
Oscar
non rispose nulla. Si limitava a fissarlo in silenzio.
“Oscar…
di' qualcosa. Qualsiasi cosa… ma, ti prego, parlami!” pensò André,
maledicendosi per quei gesti che aveva compiuto poco prima. Abbassò lo sguardo,
in attesa di udire le parole di Oscar, di udire il suo tono di voce che si
sarebbe rivelato sicuramente rabbioso. Del resto non poteva essere altrimenti.
L’aveva sorpreso nella sua stanza. In piena notte! Senza aver almeno bussato!
Lui non aveva mai osato un comportamento simile. Oscar non glielo avrebbe mai
perdonato!
“Devo
avere il coraggio di guardarla negli occhi. Ho fatto una cosa imperdonabile…
è giusto che affronti la sua collera…” pensò. Alzò lo sguardo verso di
lei. Continuava a non dire nulla. André trovava sempre più insopportabile quel
silenzio.
Poi,
finalmente, Oscar parlò. “André… non mentirmi. Io… non stavo
dormendo…”
André
impallidì, e istintivamente portò lo sguardo sul flacone della medicina che il
medico aveva prescritto ad Oscar.
Lei
comprese. “Non ho preso la medicina, André…”
Cosa
fare? Cosa dire? André era paralizzato. Poi, di colpo, si rese conto della
situazione. Perché mai, se Oscar aveva percepito tutto, aveva sentito ogni
cosa, non aveva reagito immediatamente? Questo pensiero gli fece anche notare il
tono di voce di lei. Non era proprio quello che André si sarebbe aspettato.
Cosa stava succedendo? André era confuso.
Oscar
rispose a quella domanda muta, come se gli avesse letto nel pensiero. “André…
è stato così difficile non reagire al tuo tocco… ma era così bello… avrei
desiderato che tu non smettessi più. Hai smesso, per poi sedermi accanto. Per
starmi vicino… Dimmi, è questo che fa l’amore? E’ questo?”
André
era rimasto senza parole. Quante volte, quante aveva pregato Dio di prendersi la
sua vita, se in cambio di essa avesse potuto sentire la voce di Oscar
pronunciare quelle parole? Possibile che le sue preghiere disperate, piene di
angoscia fossero state ascoltate da quel Dio che lui aveva finito per maledire?
Lo
sguardo di André era perso in quello di Oscar. Il suo corpo tremava, nella sua
testa viaggiavano mille pensieri diversi. Faticò a trovare la voce. “Sì,
Oscar… questo è ciò che può farci fare l’amore. Una delle tante cose…
che ci può portare a fare…” Era stato poco più di un sussurro. Non
riusciva a credere a quello che stava sentendo dalla voce di lei. Eppure era
tutto reale. La voce di Oscar, lo sguardo di lei che sembrava volesse arrivare
fin nel profondo del suo animo, del suo cuore. Riprese a parlare, la voce
incrinata. “L’amore può farci fare mille cose, Oscar…”
Oscar
rimase in silenzio. Poi parlò. “Sì, è vero. E tu me lo hai dimostrato, André.
Da sempre…”
André
alzò lo sguardo su di lei. Il tono di lei era così dolce. Oscar si alzò
leggermente dal letto, appoggiandosi su un braccio. Poi avvicinò una mano al
volto di André. La sua carezza era esitante, la mano tremava leggermente. Quel
gesto era così nuovo per lei, sconosciuto. Si sentiva quasi goffa nel
compierlo. Ma era anche un gesto voluto, desiderato. Da così tanto tempo…
André prese tra le sue la mano di Oscar, e la baciò delicatamente. Percepì un
sussulto in lei. Oscar era stata percorsa da brividi di felicità quando André
aveva posato sulla sua mano quel bacio così delicato, ma nello stesso tempo
rivelatore di una passione repressa da troppo tempo. André alzò lo sguardo su
di lei. Rimasero, così, in silenzio, guardandosi negli occhi per un tempo
indefinito. Un silenzio apparente, ma che in realtà racchiudeva parole
infinite. Frasi mute che finalmente prendevano corpo. Che accompagnarono il
primo bacio. Ma stavolta non era come quella sera. Quando André aveva usato
quel gesto su di lei con rabbia, con disperazione. Era diverso. Diverse le
sensazioni che provava Oscar. Il suo cuore batteva più forte. Il suo cuore di
donna. Questa volta Oscar rispose a quel bacio. Con tutta se stessa. André
smise di baciarla, le prese il volto tra le mani.
“Oscar…
ti prego… dimmi la verità. Dimmi la verità sulle tue condizioni di salute.
Io…”
Oscar
non rispondeva. Si rendeva conto che non aveva mai potuto nascondere nulla ad
André. Lui leggeva nei suoi pensieri, nel cuore come nessun’altro sapeva
fare. Aveva intuito qualcosa. Era giusto che sapesse, certo… soprattutto ora.
Ripensò alle parole del dottore. Alla sua diagnosi. Pochi mesi di vita. “No!
Non è giusto! Non adesso, che io ed André potremmo essere felici! No!” Quel
pensiero la faceva disperare. Si allontanò da André e si gettò sul letto con
un gesto rabbioso, premendo il viso sul cuscino. Mordendosi le labbra, cercando
di non piangere.
André
si alzò, e prese ad accarezzarle i capelli. “Oscar…ti prego! Non
nascondermi nulla…” La sua voce era dolce, ma velata di angoscia.
Oscar
si volse verso di lui, con una mano cercò di allontanare le lacrime. Sorrise
mestamente. “André… ti dirò tutto. Te lo prometto. Ma non stanotte. Io ho
bisogno di tempo per…” Non riuscì a terminare la frase. Nuove lacrime si
affacciarono ai suoi occhi, a spegnere quel sorriso forzato che Oscar aveva
cercato per tranquillizzare il suo André. Nascose nuovamente il viso nel
cuscino. Il corpo scosso dai singhiozzi.
Oscar
sentì il letto ondeggiare lievemente. André si era sdraiato accanto a lei.
Oscar si girò dandogli le spalle, che tremavano ancora lievemente, scosse dal
pianto.
Avvicinò
il suo viso a quello di Oscar. “Va bene, Oscar..non ti chiederò più nulla.
Me lo dirai quando ti sentirai pronta a farlo. Perdonami… non volevo farti
stare male…”
Ma
Oscar non stava già più pensando alla sua tisi, alla sua sofferenza. André
era dietro di lei, percepiva il calore del suo corpo. Sentiva il respiro di lui
sul suo viso. Sentiva la sua voce. I loro corpi erano vicini. Così vicini…
André
portò un braccio a circondarle la vita. “Oscar..”
Si
era limitato a pronunciare il suo nome. Ma la sua voce, quel tono così caldo,
pieno di passione, erano stati sufficienti a sconvolgere Oscar. Era una
situazione così nuova per lei. Eppure così bella, così sublime da toglierle
il respiro. Sentì un languore caldo, strano percorrere il suo corpo. Un corpo
che ora gli mandava dei messaggi così intensi, così particolari.
“Oscar…
cosa devo fare? Mandami via, ti prego. Mandami via… prima che…” La voce di
André tremava, in quella preghiera che in realtà chiedeva il perfetto
contrario.
Oscar
si voltò verso di lui. Occhi negli occhi. “No… io non voglio che tu vada
via André…” mormorò, accarezzando con le dita le labbra di André. Abbassò
lo sguardo per un attimo. La sua voce esitava. “André… si può desiderare
qualcosa, desiderarlo più di ogni altra cosa al mondo e averne paura nello
stesso tempo?"
André
le accarezzò il viso. Comprendeva il suo stato d’animo.
“Oscar…
anche io ho paura in questo momento. Ho paura di svegliarmi e di rendermi conto
che tutto quello che sta succedendo non è che un sogno.” La strinse contro di
sé, affondando il viso nei suoi capelli. “Ma non devi avere paura, Oscar…
Non devi aver paura di me…” le mormorò.
Oscar
alzò il viso su di lui, sorridendo. “Hai ragione André… aver paura
dell’amore, sarebbe come avere paura di te.” Gli accarezzò il viso, poi
riprese: “Ed io non ho paura di te André… io ti amo…”
Era
tutto quello che André chiedeva. “Oscar… ti prego… dillo ancora..”
riuscì solamente a dirle, la voce che gli tremava.
Oscar
glielo disse mille e mille volte ancora, in quella notte d'estate piena di
stelle.
Parte
Seconda
Che
cosa ho visto? Che cosa hanno visto i miei occhi?
Sono
passati più di tre mesi, da quella
notte.
E’
necessario così poco tempo, una notte soltanto, ad un uomo per rendersi conto
degli errori di tutta una vita?
Non
riuscivo a dormire, quella notte. Ero inquieto, agitato.
La
mia ultima figlia..la mia Oscar.
Nel
pomeriggio precedente si era sentita male.
Il
dottore che avevo fatto chiamare con estrema urgenza aveva addotto quel
malessere ad uno stato di affaticamento.
Qualche
giorno di riposo, ed Oscar si sarebbe ripresa.
Povero
dottore! Si può essere degli ottimi bugiardi! Ma mai con un padre!
Qualcuno
si stupirebbe, leggendo gli sfoghi di questo povero vecchio.
Gli
sfoghi di un padre che è stato definito insensibile, egoista, senza cuore.
Schiavo di se stesso, del suo orgoglio.
Parole
che mi sono state dette proprio dalla donna che ho amato per tutta la vita,
dalla madre delle mie figlie.
Oh,
certo! La mia amata compagna di vita, non me le ha mai dette chiaramente.
Nessuno nella mia casa si è permesso mai! Nessuno si è mai ribellato
apertamente a me. Al generale Jarjayes.
Nemmeno
quando ho preso tra le braccia Oscar, appena venne alla luce.
Ero
come un pazzo quella notte.
Avevo
chiamato tutti nella stanza dove mia moglie aveva partorito.
Tutti
dovevano sapere!
Avevo
alzato verso l’alto le braccia, che tenevano la mia adorata figlia. Avevo
pronunciato poche parole: “E’ nato il mio sesto figlio. Il suo nome sarà
Oscar François de Jarjayes! Sì! Questo è mio figlio!”
Dopo,
nella stanza era piombato il silenzio. Si udiva solo il pianto di Oscar. Aveva
iniziato a piangere improvvisamente, come se, per assurdo, anche lei avesse
compreso la scelta scellerata che avevo fatto.
La
notizia che Oscar era in realtà una bambina, aveva già fatto il giro del mio
palazzo.
L’annuncio
che avevo fatto aveva gelato tutti. Ricordo ancora lo sguardo dei presenti,
incredulo, ma anche inorridito. Ma io ero il generale Jarjayes. E se quella era
la mia scelta, per quanto abominevole ed incomprensibile, doveva essere
accettata.
Rimanemmo
soli, io e mia moglie.
Mi
voltai verso di lei.
Era
sdraiata sul letto, pallida, ancora provata.
Quello
sguardo mi perseguiterà per tutta la vita.
Uno
sguardo così pieno di dolore, di angoscia. Ma lessi anche una supplica muta in
quegli occhi.
Adagiai
Oscar nella culla, accanto al letto della madre.
Mia
moglie continuava a fissarmi.
“Questo
è quanto!”, le dissi, risoluto.
Lei
rimase in silenzio per qualche secondo, poi parlò. “Permettimi di dirti una
cosa. E poi, ti giuro che non tornerò mai più sull’argomento. Mai più.
Potrai crescere nostra figlia come vorrai. Potrai darle un’educazione
maschile, farne il più valoroso soldato… ma non potrà mai essere un uomo. E
non sarà sempre una bambina, crescerà. Verrà un momento della sua vita, in
cui rinnegherà tutto quello a cui l’hai costretta.”
Risi
a quella frase. Come ero arrogante in quel momento! La mia rabbia, davanti ad
un’altra figlia femmina mi aveva portato un senso di onnipotenza. Le chiesi
come potesse sentirsi così sicura di una cosa del genere.
“Verrà
il giorno in cui si innamorerà di un uomo.”, fu la sua risposta.
Il
mio unico commento alla frase di mia moglie fu un’altra risata di scherno.
Non
mi riconosco più in quell’uomo. Nell’uomo di tanti anni fa.
Ma
questo già da molto tempo prima, di quella notte di tre mesi orsono.
Mi
ero già pentito della scelta che avevo fatto.
Scelta!
Che parola ridicola!
Oscar
non deve averla certo vissuta come tale!
Il
giovane Girodel mi aveva chiesto la mano di Oscar. Ne parlai con lei, ma non
volle intendere ragioni. Avrei potuto impormi. Ma stavo imparando. Stavo
iniziando a capire i miei errori. Così rispettai la sua scelta.
Mi
illusi persino di aver sbagliato. Il rifiuto di Oscar a quella proposta di
matrimonio mi regalò una fievole illusione. Un’illusione che in realtà
voleva celare i miei sensi di colpa. Farmi sentire in pace con la mia coscienza.
Mi attaccavo a quei pensieri come un morente si attacca agli ultimi soffi di
vita: forse ad Oscar non interessava davvero vivere come una donna. Forse
davvero la vita che avevo scelto per lei era quella giusta. Pensai anche che le
parole pronunciate da mia moglie trent’anni prima fossero state solo lo sfogo
disperato di una madre. L’ultimo tentativo di distogliermi da quella mia
intenzione così risoluta.
Mi
sbagliavo, Dio solo sa, quanto..
Tre
mesi fa.
E’
notte fonda.
Percorro
i corridoi del mio palazzo. Sono preoccupato per Oscar. Arrivo di fronte alle
sue stanze.
Apro
appena la porta, il necessario per poterla vedere. Per accertarmi che stia
riposando in un sonno tranquillo. Non lo facevo da tanto tempo. Forse l’ultima
volta era accaduto quando era bambina.
Mi
sono sempre preoccupato per lei. Ma sempre da lontano, senza farmi notare. Solo
ora mi accorgo di quanto deve aver sofferto Oscar per il mio comportamento verso
di lei. Specialmente quando era ancora bambina. Ma non solo… Per tutta la vita
non avevo fatto altro che trattarla come un maschio. Senza i gesti di tenerezza
che ci si aspetterebbe da un padre, con rudezza, quasi.
Come
mio padre aveva fatto con me. Come fanno i padri di figli maschi.
Nella
stanza di Oscar vedo una luce vaga, forse quella di una candela. La finestra che
dà sulla terrazza è aperta. Il vento muove leggermente le tende.
Non
riesco ancora ad intravedere il letto di mia figlia. Così, lentamente,
dischiudo ancora un po’ la porta…
Sento
dei sospiri, dei gemiti.
Non
riesco a crederci eppure… Trattengo il respiro, per ascoltare, per essere
certo di quello che credo di stare udendo. Non mi posso sbagliare…
Guardo.
Quello che vedo mi lascia senza fiato.
Oscar
è sdraiata sul letto, nuda. C’è un uomo chino su di lei. Sta accarezzando il
corpo di mia figlia. Lo percorre con baci intensi, languidi. Ora i loro visi
sono vicinissimi, si baciano e quell’uomo si unisce ad Oscar nel gesto supremo
d’amore. Il gesto che unisce un uomo e una donna, da sempre, dall’inizio dei
secoli.
Quell’uomo
è André…
Riesco
a trovare un momento di razionalità, dopo il turbamento quasi insopportabile
che mi ha travolto.
Un
attimo che mi è sufficiente a richiudere la porta dietro di me, ad andarmene,
ancora sconvolto da ciò che ho visto, da ciò che ho udito.
Sono
passati tre mesi. Non so più nulla di Oscar. Ha abbandonato il reggimento della
Guardia nazionale. Per seguire André, per stargli accanto, per difendere gli
ideali del suo uomo.
Quelle
lontane parole di mia moglie mi tormentano:
"Permettimi
di dirti una cosa. E poi, ti giuro che non tornerò mai più sull’argomento.
Mai più. Potrai crescere nostra figlia come vorrai. Potrai darle
un’educazione maschile, farne il più valoroso soldato… ma non potrà mai
essere un uomo. E non sarà sempre una bambina, crescerà. Verrà un momento
della sua vita, in cui rinnegherà tutto quello a cui l’hai costretta.”
“Verrà
il giorno in cui si innamorerà di un uomo.”
Quella
frase l’ho risentita e l’ho rivista nei tuoi occhi quando ti feci leggere il
breve messaggio di addio di nostra figlia.
Dopo
averlo letto, non ci rimase altro che abbracciarci disperati.
Le
tue parole si sono rivelate giuste.
Quel
giorno che tu avevi previsto, è giunto.
Ma
non è questo che mi addolora. Perché ho capito che è quello che ho sempre
desiderato in fondo… La felicità di Oscar… Mi addolora averti perduto,
Oscar. Forse senza avere neppure la possibilità di rivederti un’ultima volta.
Senza
averti potuto dire che ti voglio bene.
Parigi,
12 settembre 1789
**Questo
è ciò che resta di un taccuino appartenente al generale Jarjayes, oltre ad
altre poche pagine, contenenti peraltro scritti di importanza secondaria. Il
taccuino fu visto ancora stretto tra le mani del generale dai suoi servitori, la
mattina del 16 settembre 1789.
Mattina
in cui l’uomo fu ritrovato morto.
Il generale Jarjayes si era tolto la vita.
Fine
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