Only for fans (Un gioco di ruoli)
parte III
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L’unica maniera che trovavo per distogliere
la mente da tutto ciò, erano i miei turni in Croce..ed infatti nei giorni che
coincidevano all’assenza di Andrè, mi offrivo volontariamente per fare dei
turni di sostituzione o straordinari.
In quei momenti serviva lucidità e mente
sgombra..e, per quanto potesse, mi aiutava a superare quei giorni orribili, a
non pensare troppo.
E fu proprio da un’episodio legato a questo,
e altri che seguirono che cominciarono a cambiare le cose.
Tutto ebbe inizio una domenica di fine
Febbraio..
Nonostante la primavera canonica, stabilita
dal calendario, dovesse ancora arrivare quegli ultimi giorni di Febbraio si
susseguivano caldi e sereni.
Fù così, che io ed Elisa, proponemmo per la
domenica successiva una passeggiata in bicicletta.
Andrè e Luciano accettarono volentieri la
nostra proposta, mentre gli altri, chi perché occupato con lo studio, chi per
altri motivi dovettero rinunciare.
Avevamo scelto come luogo, per la nostra
passeggiata, il parco cittadino: la giornata che ci era stata regalata era
splendida. Pedalavamo tranquilli, in fila, o affiancati quando ci era possibile,
chiaccherando e scherzando.
Il parco era pieno di gente. Bambini che
giocavano a pallone nei prati circostanti, uomini e donne a passeggio con i loro
cani.
Ci eravamo fermati a poca distanza da un
piccolo laghetto artificiale, che si trovava nel centro del parco per osservare
lo spettacolo tenero e simpaticissimo di due cagnolini
che giocavano tra loro, quando..
Mi ero voltata per un’attimo dall’altra
parte, attirata da una risata piuttosto forte, e a quel punto vidi un’uomo
anziano che si trovava a pochi metri da noi, accasciarsi a terra.
Non persi tempo, e lasciata cadere la
bicicletta corsi da lui. Fù il rumore provocato da quest’ultima nel cadere a
terra, a richiamare Elisa, Andrè e Luciano.
Io, intanto mi ero chinata sull’uomo. Il
volto pareva sofferente ed era quasi cianotico.
Un rivolo di saliva gli colava dalla bocca,
gli occhi sbarrati.
“Cosa si sente? Ce la fa a parlare? Se mi
sente stringa la mia mano!”
Avevo usato un tono tranquillo, per quanto
possibile. L’uomo appariva spaventato e non volevo spaventarlo di più.
Gli presi una mano e lui la strinse appena
appena. Cercò anche di dirmi qualcosa, ma evidentemente non riusciva a parlare.
“Stia tranquillo..la aiuteremo..” le
mormorai stringendogli la mano.
“Ele! Hai bisogno di aiuto?”
Era stato Andrè a pronunciare quella frase.
Mi voltai e lo vidi in piedi dietro di me.
“Si, certo!” esclamai, e frugai nella
tasca interna del mio giubbotto, fino a trovare quello che cercavo, poi ripresi
con voce decisa: “Chiama un’ambulanza!! Subito!”
e lanciai di fatto, nella sua direzione il mio cellulare. La presa di
Andrè fu sicura. Lo afferrò annuendo deciso alla mia richiesta.
Ripresi ad occuparmi dell’uomo. Aveva perso
conoscenza. Gli slacciai la cravatta e cominciai a prestargli un primo soccorso.
Intanto, un capanello di curiosi si era
avvicinato a me ed a quel poveretto, avvicinandosi oltremisura e quasi
impedendomi di aiutarlo.
Era una cosa a cui dovevo essere abituata..la
curiosità morbosa e detestabile della gente, davanti al dolore ed alle
disgrazie altrui.
Era una scena che vedevo spesso, durante il
mio lavoro da volontaria. Di solito sopportavo, per quanto possibile: ma in quel
momento la folla stava addosso a me ed a quel poveretto, quasi soffocandoci.
Udì Luciano tentare di allontanare tutta
quella gente, ma invano. Nessuno pareva ascoltarlo.
Non resistetti oltre:
“Maledizione!! State più indietro!! Cosa
volete fare?? Togliergli l’aria? Andate via!!” urlai alzando la testa e
guardandomi intorno, rivolgendomi alla folla.
Il mio tono o qualunque cosa fosse stata,
parve aver convinto i curiosi. Il cerchio formatosi intorno a me ed all’uomo
si allargò fino quasi a disperdersi. In lontananza, intanto, sentii il suono
delle sirene farsi prossimo.
E, infatti, l’ambulanza arrivò. Spiegai per
tratti rapidi cosa era successo a quel pover’uomo, e che tipo di primissimo
soccorso gli avevo prestato, mentre lo caricavano sulla lettiga. Poi,
l’ambulanza partì, mentre io, Andrè e Luciano la guardammo allontanarsi.
“Poveretto! Speriamo che se la caverà!”
esclamò Luciano.
“Spero di si..” mi limitai a dire.
Una donnetta si avvicinò a me. Lo sguardo
lucido ed eccitato.
“Signorina! Cosa è successo a quel povero
disgraziato? Un’infarto? Un ictus?” mi domandò con un tono morboso, che non
mi piacque affatto.
Non ci vidi più:
“Vuole che le presti la mia bicicletta
signora? Così, magari, potrà seguire l’ambulanza fino al pronto soccorso, e
vedersi lo spettacolo completo!” le sibilai con una smorfia più disgustata
che sarcastica.
Non aggiunsi altro e la lasciai lì,
instupidita dalla mia risposta.
Ritornammo tutti e tre verso le biciclette.
Elisa era ancora lì, dove era sempre rimasta,
accanto alle nostre bici abbandonate sull’asfalto.
Era pallida, e sembrava sconvolta.
“Io…” balbettò “..ho bisogno di bere qualcosa..”
Povera Elisa! Sapevo fin troppo bene come si
dovesse sentire in quel momento! Era piuttosto impressionabile davanti a cose
del genere. Ricordo, che pochi mesi prima, assistendo per caso ai soccorsi
prestati per un incidente stradale, era svenuta.
“Si..certo. Credo che ne abbiamo bisogno
tutti..” annuì Luciano.
Ci ricordammo che un centinaio o poco più, di
metri avanti c’era un piccolo chiosco.
E così, senza risalire sulle bici, ma
portandole al manubrio ci dirigemmo in quella direzione.
Il chiosco era piuttosto affollato, ma
riuscimmo a trovare un tavolino libero, per quanto microscopico. Una ragazza,
che si occupava del servizio ai tavoli, si muoveva frettolosamente servendo i
clienti..ma senza decidersi a prendere le nostre ordinazioni.
“Chissà! Forse non le siamo simpatici!”
scherzò Andrè.
“Ragazzi..” si intromise Elisa, con un
tono rattristato. “Scusatemi per prima! Mi sono imbambolata come una cretina
invece di rendermi utile anche io..ma ormai penso l’avrete capito..sono
piuttosto impressionabile davanti a certe cose. Mi blocco..”
Andrè le posò una mano sulla sua.
“Non ti preoccupare. Sei solo molto
sensibile..” concluse sorridendo.
Elisa era ed è la mia migliore amica, ma
vedendo quel gesto affettuoso verso di lei da parte di Andrè, non nascondo che
ci rimasi male. Mi innervosii. Ero arrivata a quel punto!? Ad essere gelosa di
Elisa, la mia amica di sempre, che consideravo quasi una sorella?
“Oh! Mi sono stufato! Quella non vuole
saperne di venire a prendere le ordinazioni! Vado io al bancone! Mi sa che
facciamo prima!” sbottò Luciano alzandosi in piedi.
“Vengo con te..ragazzi voi cosa prendete?”
anche Elisa si era alzata.
Andrè ed io decidemmo per un succo di frutta,
poi Luciano ed Elisa si avviarono verso il chiosco.
Io ed Andrè rimanemmo in silenzio per un
po’.
Poi alzai lo sguardo. Andrè mi fissava con
attenzione.
L’adrenalina dei concitati momenti di poco
prima, probabilmente non si era ancora scaricata del tutto, e così, sbottai:
“Bhè? Perché mi guardi così? Qualcosa che
non va? “
Adrenalina! Ma a chi volevo prendere in giro?
Era ancora il nervoso per il gesto di Andrè nei confronti di Elisa. A che punto
ero arrivata? pensai mogia, sentendomi anche in colpa verso la mia amica.
Andrè sorrise.
“Che non va? No niente..anzi direi il
contrario piuttosto! Finalmente ho visto la vera Eleonora..quella che si
nasconde sempre..” rispose in maniera piuttosto vaga, o che a me sembrò tale.
“La vera Eleonora? Ti riferisci alla iena di
poco fa? Quella che quasi, faceva un sol boccone della gente intorno a
lei?"”scherzai.
”Bhè..non mi sembravi una iena! Anzi..!”
rispose lui.
Quella risposta mi parve ancora più nebbiosa,
e non sapevo come commentare.
“Ragazzi! Eccovi le vostre bibite!”
La voce di Luciano alle mie spalle mi colse di
sorpresa. Teneva in mano un vassoietto su cui poggiavano delle bottigliette.
“Ed eccovi i vostri bicchieri!” Esclamò
Elisa posandoli sul tavolino.
“Servizio completo!” fu il commento
divertito di Andrè.
Ridemmo tutti alla sua frase. Il clima era
tornato piacevole, come era all’inizio di quel pomeriggio.
Osservavo Andrè, dopo quella battuta.
Che ragazzo straordinario! Pronto e capace di
affrontare ogni difficoltà, pronto a difendere chiunque con il suo coraggio, ma
anche in grado, solo con le sue parole ed il suo sguardo dolce, di riportare la
calma e la serenita in ogni persona che gli era vicina.
Anche il gesto che aveva avuto per Elisa,
lo interpretai per quello che era, ridendo della mia gelosia di poco
prima: era stato un gesto affettuoso e dolce.
“Corinne come sei fortunata!” pensai
“..e come ti invidio…”
Ripensavo anche alle parole di Andrè: la vera
Eleonora..
Erano passate alcune settimane da
quell’episodio, quando una sera ricevetti una telefonata da Luciano. Era
pomeriggio, piuttosto tardi.
Mi informò che Andrè era tornato a casa,
subito dopo le lezioni, perché non si era sentito molto bene.
“Gli ho telefonato poco fa, per sapere come
stava. E lui, tranquillo come una pasqua, mi ha detto che ha un
po’ di febbre. Se lo conosco come credo..sarà un febbrone! Volevo andare
da lui a vedere se ha bisogno di qualcosa..ma purtroppo sono impegolato
piuttosto male con questo esame…”
“Capisco..” risposi. Dove voleva andare a
parare Luciano?
“Ho cercato di rintracciare un paio di
nostri amici, ma senza successo..così ho pensato di chiamare te..Non è che
andresti tu a vedere come gli gira? Quel pazzoide è capacissimo di passare la
notte a studiare anche con la febbre alta..”
Ecco. Ci siamo. Il momento che temevo, era
ormai arrivato. E non potevo certo tirarmi indietro. Mi ero imposta di
considerarmi un’amica per Andrè, e come tale di rendermi disponibile nel caso
fosse stato necessario..
“Si..va bene..andrò subito..”
“Oh! Grazie Eleonora! Grazie davvero! Mi
raccomando..legalo al letto se necessario!” scherzò.
Ci salutammo.
Mi vestii in fretta.
“Si può sapere dove vai? E’ quasi ora di
cena!” domandò perplessa mia madre vedendomi prendere la borsa.
“Vado a trovare un mio amico..che ha la
febbre..anzi..ti posso rubare la macchina, mamma?”
Lei annui, ma considerò:
“La febbre? Da come sei agitata..pare che
sia moribondo questo tuo amico! Comunque..devo tenerti la cena in caldo?”
Risposi che non era necessario, la ringraziai
e uscii velocemente.
Erano quasi le sette. Il traffico era ancora
piuttosto caotico, e ci misi una mezz’ora buona a raggiungere il quartiere
dove viveva Andrè.
Riuscii a trovare un parcheggio a poca
distanza da casa sua.
Un edificio antico, come la maggior parte del
centro. Severo, ma non privo di una certa eleganza di stile.
Andrè viveva in una mansarda del palazzo. La
prima volta che, recandomi da lui
in compagnia dei nostri amici, avevo visto quell’edificio ero rimasta
sorpresa.
Ma Luciano, mi spiegò, che la famiglia di
Andrè se la passava piuttosto bene. E
doveva essere vero, considerando gli affitti colossali che si pagavano in quella
zona della città.
Comunque sia, camminai per alcuni metri, fino
a trovarmi davanti all’enorme portone d’ingresso.
La pulsantiera del citofono, in lucido ottone
che ormai conoscevo a memoria.
Feci un respiro profondo, e poi schiacciai il
pulsante corrispondente all’appartamento di Andrè.
Era la prima volta, che andavo a fare visita
ad Andrè da sola..ed ero agitatissima. Osservai nuovamente il citofono..
A.
Grandier: scritto
in corsivo inglese sulla targhetta. Mi scappò una carezza
su di essa.
Sussultai
quasi, quando sentii la voce di Andrè chiedere chi era.
“Andrè..ciao.
Sono Eleonora..mi ha telefonato Luc..”
“Oh! Sali
Ele! Ti apro subito!” la voce di Andrè, rotta dal crepitio del citofono non
mi lasciò finire la frase e il portone si aprì con uno scatto rumoroso.
Quando arrivai al pianerottolo, Andrè era già
sulla soglia della porta, ad attendermi, con uno dei suoi sorrisi, così
luminosi.
Indossava un maglione piuttosto sformato, ed
un paio di vecchi jeans, i capelli un po’ arruffati..eppure stupendo anche così..
Il viso mi sembrava un po’ stanco
effettivamente.
“Eleonora! Che bella sorpresa!
Dai..entra!”
Chiuse la porta alle nostre spalle.
“Scusami..al citofono mi stavi dicendo
qualcosa se non sbaglio..ed io da perfetto cafone, ti ho interrotto..”
sorrise.
“Oh..figurati. Comunque..sono venuta qui
perché Luciano era preoccupato per te..e non avendo la possibilità di venire
personalmente..mi ha chiesto di fare un salto..”
Andrè scoppiò a ridere:
“Preoccupato? Addirittura? Per qualche linea
di febbre? Quel ragazzo è incredibile! E’ come la mia maman..anzi peggio!”
“Bhè..Luciano ha detto che..tu tendi a
minimizzare di solito..e voleva sapere se, realmente, si tratta di qualche
linea..e non di più..” mormorai. Maledizione! Stava accadendo quello che
temevo. Rispondevo ad Andrè distogliendo lo sguardo da lui, guardandomi in
giro, turbata dal fatto di essere da sola con lui.
“No..è davvero solo qualche linea.
Ma..vieni accomodati. Scommetto che per venire qui non hai nemmeno cenato. Vuoi
fermarti qui da me? Posso cucinarti qualcosa.. ma temo non esattamente haute
cuisine..” scherzò.
“Andrè..ti ringrazio per l’invito..ma non
posso accettare. Prima di tutto, perché credo che dovresti pensare a riposarti
piuttosto che a fare lo chef” sorrisi, per poi riprendere
“inoltre, stasera sono di turno…”
Vidi Andrè passarsi una mano sulla fronte. Il
viso arrossato e stanco era rivelatore. Nonostante le sue parole scherzose, la
febbre non era sicuramente così bassa come voleva far credere. Guardai
l’orologio a muro dell’ingresso..e calcolai il tempo.
Si. Potevo farcela..e anche se non ce
l’avessi fatta…al diavolo! Andrè..veniva prima di tutto.
“Senti Andrè..se non ti sei preparato nulla
per cena..potrei pensarci io. Non sono una gran cuoca..ma…”
Lui scosse la testa deciso: “Niente affatto!
Hai i tuoi impegni..e sei già stata fin troppo gentile a venire fin qui, per
accontentare Luciano, che mi credeva già partito per il mondo dei più..”
“Andrè..per me non è affatto un
problema..davvero. Facciamo così: ti rilassi un po’ sul divano e io nel
frattempo ti preparo qualcosa..”
“Sei..davvero gentile Ele..”
Andrè volle prendere il mio giubbotto e la
borsa, poi ci recammo nel soggiorno.
Ormai conoscevo bene la sua mansarda.
Arredata con gusto e semplicità. Sembrava
rispecchiare in pieno la personalità di chi ci viveva..
Sul tavolino ai piedi dei due piccoli divani
del soggiorno, qualche rivista e una foto, posta in una cornice da tavolo. Anche
quella foto, ormai, mio malgrado, la conoscevo.
Era Corinne. Ricordavo ancora quando vidi per
la prima volta quella fotografia.
Corinne era in piedi, dietro di lei, uno
sfondo fatto di colline. Una foto a figura intera. Era una ragazza bionda,
piuttosto alta, a giudicare dalla proporzione con una ringhiera a cui era
appoggiata. Il viso, seppur molto bello, non trasmetteva alcun calore. Mostrava,
anzi, un’espressione incolore e imbarazzata, un sorriso piuttosto artificiale,
mi trasmetteva un senso di disagio.
Mi recai nel piccolo cucinotto adiacente al
soggiorno.
“Troverai ben poco nel frigorifero…”
Andrè era arrivato alle mie spalle.
Io, in piedi davanti al
frigorifero, tenendolo aperto. Non esagero, dicendo, che ero quasi
paralizzata nel sentirlo così vicino a me.
Allungò il collo oltre la mia spalla. “Che
desolazione vero Ele? Una bottiglia di latte..e qualche scatoletta! E
poi..pensare che noi francesi siamo famosi per la cucina!” esclamò ridendo.
“Andrè..per favore! Per favore!
Allontanati!” pregai dentro di me.
Chiusi il frigorifero di scatto e mi voltai
verso di lui.
“Non avrai molta fame immagino..oppure
desideri qualcosa in particolare?”
Andrè fece un cenno di diniego con la mano,
poi, si diresse verso il soggiorno. Si accomodò sul divano, invitandomi a fare
altrettanto.
“Ele..è destino che io sia sempre in debito
con te! La penna…ricordi?” scherzò ”E adesso dovresti anche farmi da
cuoca? No..dai è troppo! Lascia perdere..apprezzo il tuo gesto, ma non voglio
darti disturbo. Inoltre..hai ragione..non ho molta fame..”
“Hai preso almeno qualche medicina?”
Andrè mi osservò divertito. “Si..certo.
Un’aspirina e un bicchiere di latte caldo un’oretta fa..credo sarà
sufficiente..”
Mi alzai dal divano.
“Bhè..hai ragione..forse è meglio che
pensi solo a riposarti. In ogni caso, io torno in cucina. Ho visto che hai della
frutta. Ti preparo una macedonia e te la metto in frigo. E’ l’ideale in
questi casi..e la frutta contiene vitamine!” scherzai.
Andrè sbuffò divertito:
“Sei davvero ostinata! Già..una volonta di
ferro, ed una ragazza molto in gamba..” rispose lui, con una voce da brividi.
“Proprio per questo io..”
Andrè si interruppe di colpo. Io, non sapevo
il perché, ma cominciavo a sentirmi a disagio. Era già difficile, combattere
con l’imbarazzo, con il turbamento che provavo..ed ora Andrè cominciava a
parlare in quel modo!
Decisi di tagliare corto. Ritornai in cucina,
preparai velocemente una macedonia piuttosto abbondante. Terminato il tutto,
ritornai in soggiorno. Andrè mi accolse sorridendo.
“Andrè…io vado. La frutta è in frigo..mi
raccomando. Se non te la senti ora, pazienza, ma più tardi..mangia qualcosa.
Non andare a dormire a stomaco vuoto..”
Lui, che era appoggiato sul divano, mi osservò.
“Vai via?”
Sembrava dispiaciuto.
“Io..si..” risposi in un soffio. Dio!
Quanto avrei voluto non andarmene!
“Non darmi retta Ele!” considerò Andrè,
che forse si era reso conto del suo tono di voce un po’ deluso. Poi “Sono un
grande egoista!” terminò sorridendo.
Fece per alzarsi dal divano, ma lo fermai.
“No..non alzarti per me. Conosco la
strada..stai qui tranquillo..”
Non mi diede retta e si alzò. Andò verso
l’attaccappanni a muro, per poi tornare con il mio giubbotto e la mia borsa.
Poi, mi accompagnò fino alla porta.
“Bhè..ciao Andrè. Riposati, mi raccomando!
O domani ti mando Luciano! E lui è molto meno accondiscente di me!” ammonii
con scherzoso rimprovero.
“Si..certo..buonanotte Ele..e non
preoccuparti. Dì anche a Luciano di stare tranquillo. Vedrai.. Una bella
dormita..e domani starò bene..” mormorò.
Afferrai la maniglia del portoncino, quando
Andrè mi fece voltare verso di lui.
“Grazie Ele..grazie di tutto..” Dopo
quelle sue parole, mi baciò sulla fronte, con delicatezza.
“Ciao Andrè” mormorai frettolosamente, e
lasciando di furia il suo appartamento.
Ero rimasta talmente sconvolta e scossa da
quel gesto di tenerezza di Andrè, così inatteso e dolce, che non mi resi
nemmeno conto, di essere arrivata al piano terra a, facendomi tutti i piani
quasi di corsa, scalino per scalino, completamente dimentica di prendere
l’ascensore.
Lasciai l’edificio e mi rifugiai in
macchina. Accesi la luce dell’abitacolo e mi guardai nello specchietto
retrovisore.
Il viso praticamente in fiamme. Ma, mai
bruciante come la fronte su cui Andrè aveva posato quel bacio.
“Andrè! Perché hai fatto una cosa del
genere? Perché? Io certo di considerarti un’amico, di soffocare quello che
sento per te..e tu fai questo? Non ti rendi conto di quanto io stia male?”
pensai.
Maledissi quella serata..quel gesto di Andrè,
che percepivo così bello e terribile allo stesso momento. Come tutto quello che
lo riguardava del resto..
“Mai più! Non succederà mai più! Non
voglio stare male in questo modo!” mi dissi decisa.
L’indomani avrei telefonato a Luciano,
pregandolo, di andare lui da Andrè, se necessario.
Non doveva più accadere, di trovarmi sola con
Andrè.
Dovevo prevederlo, che qualcosa sarebbe
successo. Ero praticamente uscita di corsa dal suo appartamento. Il suo era
stato un gesto di affetto. Il gesto di un amico ed io..avevo reagito in quella
maniera! Mi domandavo, cosa avesse pensato di me Andrè in quel momento..
“Mai più” mi ripromisi fermamente per
l’ennesima volta, stringendo il volante con rabbia.
Forse era il momento di guardare in faccia la
realtà..
“Forse..dovrò cercare di allontanarmi da
lui. Magari anche non frequentarlo più, nemmeno come un semplice amico..Non
posso andare avanti così!”
Poi, scoppiai a piangere.
Due propositi. Mai più sola vicino ad Andrè,
il primo.
Cercare di cambiare aria, di vederlo il meno
possibile, il secondo.
Ma, si sa, spesso i propositi fatti con sé
stessi, si dimenticano in fretta..del resto, come si può venire a patti del
genere con il proprio cuore?
L’amore non conosce ragioni. Una frase che
poteva sembrare quasi un luogo comune: e invece..
Il giorno seguente, raccontai ad Elisa ciò
che era successo a casa di Andrè, e come mi ero sentita..
“Ho deciso..di non vederlo più, almeno per
qualche tempo..” affermai.
Elisa mi osservava perplessa, così mi
precipitai a precisare che, comunque, se lei desiderava continuare a frequentare
Andrè ed i suoi amici, non me la sarei presa.
“Ma cosa dici? Ti rendi conto delle
sciocchezze che stai pensando? Non ti lascerò certo sola! Dovrei offendermi per
quello che hai appena detto..” replicò un po’ seccata.
“A me dispiace Elisa, tantissimo.. anche in
considerazione del fatto che sono tutti ragazzi e ragazze molto simpatici..e non
ho certo dimenticato come ci hanno accolto tra loro fin dalla prima volta che li
abbiamo conosciuti ma…” sospirai lungamente, poi ripresi.
“Ma..attualmente, non vedo altra soluzione..sto davvero malissimo credimi..”
Elisa annuì:
“Si, è ovvio. Ti capisco. Dovremo trovare
un modo per evitarli per qualche tempo..una scusa..senza però offenderli
apertamente..”
“Bhè..potremo sempre dire che è un periodo
duro..che abbiamo molto da studiare..poi, in seguito vedremo. Chissà..magari io
supererò questo momento..”
“Si..certo..magari..” mormorò Elisa
piano, ma non abbastanza convinta.
E così, ci impegnammo nei giorni seguenti, a
mantenere quel proposito.
Passavamo i nostri giorni all’università
come due evasi in fuga. Terminate le lezioni, lasciavamo in fretta e furia
l’ateneo, e ci dirigevamo subito a casa.
Purtroppo, mi resi conto che l’università,
che tanto enorme mi era parsa tempo prima, ora non mi sembrava mai abbastanza
grande per quello che mi ero prefissa di fare.
Per quanto evitassimo di passare nei dintorni
della mensa, del bar o ovunque sapevamo fosse possibile trovare Andrè in
compagnia dei suoi amici..c’erano posti che non si potevano evitare.
La biblioteca ad esempio. E fu proprio lì,
che un pomeriggio incontrammo Andrè, Luciano ed un altro ragazzo che non
avevamo mai visto prima.
Ci videro subito, appena entrate, e così,
arrivarono subito nella nostra direzione.
“Oh! Le redivive! O dovrei dire..le tremende
secchione! Finalmente vi becchiamo eh?” ci rimproverò allegramente Luciano,
quando ci ebbe raggiunto.
“Già..hai ragione. E’ difficile vederci
in giro..”
“Non direi solo difficile! E’ diventato
quasi un miracolo..vi hanno messo così sotto?”
Osservavo Andrè, mentre Luciano ed Elisa
chiaccheravano.
Dopo essersi limitato a salutarci, non aveva
più detto una parola. Ogni tanto mi lanciava un’occhiata piuttosto
mortificata, per poi abbassare lo sguardo.
“Allora Eleonora? Sabato prossimo ci farete
il grande onore di potervi avere con noi? L’intenzione era di andare a teatro.
Danno una..”
Non lasciai finire Luciano, e scossi la testa
sorridendo.
“No..mi dispiace. Sarà per un’altra
volta..”
“Oh..ma è da quasi due settimane che non
uscite con noi..” mormorò deluso Luciano, poi si rivolse verso Andrè, che
continuava nel suo mutismo. “Andrè..dille tu qualcosa! Queste due studiano
troppo! Di questo passo arriveranno alla laurea con l’esaurimento nervoso!
Aiutami a convincerle..”
Rimasi sorpresa. Andrè era avvampato
improvvisamente, e sembrava anche a disagio davanti alle parole di Luciano.
Decisi di toglierlo io dall’imbarazzo..di
cui, mi ritenevo responsabile in un certo senso. Anche se lui forse non poteva
immaginarlo..
“Ragazzi..mi dispiace davvero. Ma..abbiamo
molto da studiare. .”
Luciano sospirò rumorosamente. “E va
bene..ma, mi raccomando, ricordatevi di noi ogni tanto! Quando sarete finalmente
meno impegnate..bhè.. il numero di telefono mio e di Andrè..lo sapete!”
Ci salutammo, poi, io ed Elisa, cominciammo a
girare per gli scaffali, per cercare i testi che ci servivano.
“Eleonora..hai visto che faccia aveva Andrè?
Secondo me..”
“Tho! Ecco il libro che cercavo! Sbrigati
Elisa..dobbiamo tornare a lezione tra poco.” fu la mia risposta.
Il Sabato seguente, dopo aver passato la
mattina in maniera alquanto svogliata sui libri, mi recai nel pomeriggio alla
sede della Croce.
Il mio turno sarebbe durato dalle due alle
otto, poi sarei tornata a casa per cena, e nella serata io ed Elisa, saremmo
andate a fare una passeggiata.
Avevo pregato mia madre, di riferire a
chiunque avesse telefonato, chiedendo di me, che non sarei rientrata a casa,
dopo il mio turno di servizio.
Mia madre era rimasta sorpresa da quella mia
richiesta.
“Ah!
Che novità! Va bene..ma se mi
chiedono dove sei?”
“Dille..che
non lo sai di preciso!”
“Cosa?
Mi fai fare proprio una bella figura! Che bella risposta da far dare da tua
madre!”
“Mamma..!”
“E
va bene! Per questa volta! Ma sappi..che non mi piace raccontare bugie per conto
tuo! Anche la scorsa settimana..stessa scena! Ma si può sapere che cosa..?”
Lasciai anche il cellulare a casa. Spento.
Il pomeriggio era piuttosto caldo. Ed io,
chiusa nella tuta cerata, stavo pulendo l’interno di un’ambulanza.
“Eleonora!! Eleonora!”
Mi voltai di scatto.
Una volontaria mia collega, mi si avvicinò.
“Eleonora..è arrivato un ragazzo che ha
chiesto di te..”
Deglutii. Un ragazzo?
“Gli hai già detto che sono qui?”
domandai.
“Bhè..non c’è né stato bisogno.
Sembrava che lo sapesse già..” poi allargò gli occhi. “Oh..ho fatto una
gaffe? Devo dirgli che sei fuori per una chiamata, o che sei occupata?”
“No..non è necessario..fallo venire qui.
Devo finire di pulire..” acconsentii.
Era inutile scappare. Prima o poi sarebbe
successo. Non potevo sbagliarmi..sapevo che si trattava di lui.
“Qui?!” domandò la mia collega.
“Si, qui, perché?”
“Va bene..come vuoi. Te lo mando subito
allora..”
La mia collega tornò verso gli uffici della
sede, ed io ripresi il mio lavoro, domandandomi cosa avrei dovuto fare quando..
“Eleonora..”
Mi voltai. Andrè era in piedi, davanti a me.
E infine non mi ero sbagliata.
“Oh..ciao..” salutai, scendendo
dall’ambulanza.
“Ho..saputo che eri qui da tua madre. Sono
passato a casa tua..e mi ha detto che avevi il turno del pomeriggio.” accennò
Andrè timidamente.
Grazie
mamma!
pensai subito. Ma non ero affatto irritata dalla sua soffiata, anzi..
Mi sentivo ridicola. Con uno scopettone in
mano, il tutone cerato, gli stivali enormi. E chissà che faccia sconvolta
dovevo avere, accaldata e spettinata!
“Io..ecco..la tua collega non mi aveva detto
che stavi lavorando…se vuoi torno più tardi..”
Feci un cenno di diniego con la mano.
“No..stai tranquillo Andrè. Ho praticamente finito. Vado solo a togliermi
questa tenuta da palombaro..sto scoppiando dal caldo..”
“Ti aspetto qui allora..”
Mi recai negli spogliatoi.
La collega che mi aveva avvisato, più
un’altra ragazza che era di turno, mi accolsero con un sorriso furbo.
“Eleonora! Le tieni tutte per te, certe
novità?” disse una di loro.
“Novità?” domandai, mentre mi toglievo la
tuta.
“Si..chi è quello schianto che è venuto a
trovarti? E’..uno con cui ti vedi?”
“No, è solo un mio amico. Uno
dell’università..”
La mia collega sospirò, girando gli occhi.
“Dio mio! Lo dicevo io! Non dovevo abbandonare gli studi! Mica lo sapevo che
nelle università girassero certi adoni! Comunque..siamo sicuri sicuri che sia solo
un’amico?”
“Si, è un amico e basta. Tant’è vero che
è fidanzatissimo!” conclusi chiudendo il mio armadietto.
Poi, andai in bagno. Mi specchiai. Avevo una
faccia davvero stravolta. Poi..mi osservai meglio. La maglietta bianca che
faceva parte della nostra divisa mi sembrò improvvisamente troppo stretta. Il
mio seno, la tendeva. Chissà se Andrè..
“Quanto sono stupida..ma cosa vado a
pensare…” mormorai imbarazzata dai miei pensieri.
Feci uscire la maglietta dai pantaloni, e
goffamente, cercai di allargarla.
Poi, finalmente, raggiunsi Andrè.
Mentre andavo nella sua direzione, dopo essere
uscita dagli spogliatoi, pensai che non dovevo apparire molto meglio di prima,
con i pesanti scarponi e i larghi
pantaloni arancione fosforescente della divisa.
Mi ricordai della coda di cavallo. Mi ero resa
conto, guardandomi allo specchio, che era piuttosto malridotta. Così, mi
sciolsi i capelli.
Vidi Andrè, seduto su uno dei
piloni-spartitraffico che correvano laterali all’uscita per le ambulanze.
“Eccomi..”
Lui, si voltò di colpo.
Rimase in silenzio per qualche istante. Poi,
si alzò in piedi, si avvicinò.
“Eleonora..scusami se sono venuto a
disturbarti qui. So, che non è il posto adatto per parlare, avrai altro di cui
occuparti ma…” parve tentennare, poi sospirò concludendo “Ma, ecco…io
volevo sapere se è successo qualcosa. Qualcosa che qualcuno dei miei amici, o
io stesso abbiamo fatto e che ti ha dato fastidio intendo..”
Abbassai lo sguardo, poi, mi andai a sedere
sul vano dell’ambulanza, che poco prima stavo pulendo: Andrè mi seguì.
“Allora..è così. E’ per questo che mi
eviti..” considerò, valutando il mio silenzio.
Lo fissai e provai molta tenerezza per lui.
Quanto avrei voluto avere il coraggio di buttargli le braccia al collo e
dimostrargli così, che mi era mancato! Tanto, tantissimo! E che appena lo avevo
rivisto, avevo deciso di non stare più lontano da lui.
“No..non è niente del genere Andrè.
Nessuno dei tuoi amici, e nemmeno tu mi avete fatto nulla. E’..che davvero in
questo periodo lo studio mi ha rubato molto tempo.” mi limitai invece a
rispondergli, stringendomi nel cuore quel desiderio trattenuto.
Lo osservai. Non sembrava convinto dalla mia
frase. L’espressione del suo viso era ancora mortificata e dispiaciuta.
“Davvero Andrè. Non pensare male. E’ così.
Niente di più..niente di meno. E..per Elisa è lo stesso. Ci tengo a dirlo. ”
sottolineai ancora per tranquillizzarlo.
Andrè si chinò davanti a me.
“Ele..sono contento di sentirtelo dire. Sono
stato molto giù..mi chiedevo che cosa era successo; come mai tu ed Elisa non vi
facevate più vive, né con Luciano..e nemmeno con me..”
Giocherellavo con l’elastico che usavo per
trattenermi i capelli, cercando di nascondere l’emozione di averlo vicino, di
sapere che si era preoccupato per me..
“Mi dispiace che tu e Luciano siate stati
male per causa nostra..comunque..spero che ora ti sentirai più tranquillo.
E..se stasera, saremo ben accette..usciremo volentieri con voi.”
“Davvero? Sono molto felice Eleonora!
Davvero molto! Tu..”
Andrè fu interrotto dalla voce della mia
collega.
Ci voltammo entrambi nella sua direzione,
mentre lei mi indicava l’ambulanza.
“Eleonora! Sono costretta ad
interromperti..ma c’è una chiamata! Chiudi il portellone e aspettaci! C’è
un tale che è caduto da una scala da andare a prelevare..!”
Mi alzai subito. “Mi spiace Andrè..ma
devo..”
“Si, certo. Ti lascio subito!”
Chiusi il portellone del mezzo, e salii a
bordo, sul lato passeggero. Poi, abbassai il finestrino. Andrè si avvicinò.
“Ciao Ele..buon lavoro. Stasera, quando
sarai arrivata a casa, telefonami. Io e Luciano passeremo a prendere te ed
Elisa. Se, invece, sarai stanca..basterà farmelo sapere e ti lascerò
tranquilla..” fece una pausa “ma solo per stasera!” terminò sorridendo.
“No, uscirò sicuramente con voi..a stasera
allora..”
“Ci conto Eleonora..” rispose sorridendo
dolcemente.
In quel preciso istante, la mia collega ed un
altro volontario arrivarono nella mia direzione e saliti sull’ambulanza
partimmo veloci.
Feci un’ultimo cenno di saluto ad Andrè.
Lo osservai, dallo specchietto esterno mentre
lasciavamo la sede. Mi salutava ancora con la mano.
“Andrè..mi sei mancato così tanto! Non mi
importa di stare male..ma non vederti è stato ancora peggio di quello che
pensavo..” dissi a mè stessa, mentre vedevo la sua figura farsi sempre più
lontana.
Il mio proposito di allontanarmi da Andrè era durato pochissimo. Si e no due settimane. Ma che si erano rivelate d’inferno..senza di lui.
L’unica maniera che trovavo per distogliere
la mente da tutto ciò, erano i miei turni in Croce..ed infatti nei giorni che
coincidevano all’assenza di Andrè, mi offrivo volontariamente per fare dei
turni di sostituzione o straordinari.
In quei momenti serviva lucidità e mente
sgombra..e, per quanto potesse, mi aiutava a superare quei giorni orribili, a
non pensare troppo.
E fu proprio da un’episodio legato a questo,
e altri che seguirono che cominciarono a cambiare le cose.
Tutto ebbe inizio una domenica di fine
Febbraio..
Nonostante la primavera canonica, stabilita
dal calendario, dovesse ancora arrivare quegli ultimi giorni di Febbraio si
susseguivano caldi e sereni.
Fù così, che io ed Elisa, proponemmo per la
domenica successiva una passeggiata in bicicletta.
Andrè e Luciano accettarono volentieri la
nostra proposta, mentre gli altri, chi perché occupato con lo studio, chi per
altri motivi dovettero rinunciare.
Avevamo scelto come luogo, per la nostra
passeggiata, il parco cittadino: la giornata che ci era stata regalata era
splendida. Pedalavamo tranquilli, in fila, o affiancati quando ci era possibile,
chiaccherando e scherzando.
Il parco era pieno di gente. Bambini che
giocavano a pallone nei prati circostanti, uomini e donne a passeggio con i loro
cani.
Ci eravamo fermati a poca distanza da un
piccolo laghetto artificiale, che si trovava nel centro del parco per osservare
lo spettacolo tenero e simpaticissimo di due cagnolini
che giocavano tra loro, quando..
Mi ero voltata per un’attimo dall’altra
parte, attirata da una risata piuttosto forte, e a quel punto vidi un’uomo
anziano che si trovava a pochi metri da noi, accasciarsi a terra.
Non persi tempo, e lasciata cadere la
bicicletta corsi da lui. Fù il rumore provocato da quest’ultima nel cadere a
terra, a richiamare Elisa, Andrè e Luciano.
Io, intanto mi ero chinata sull’uomo. Il
volto pareva sofferente ed era quasi cianotico.
Un rivolo di saliva gli colava dalla bocca,
gli occhi sbarrati.
“Cosa si sente? Ce la fa a parlare? Se mi
sente stringa la mia mano!”
Avevo usato un tono tranquillo, per quanto
possibile. L’uomo appariva spaventato e non volevo spaventarlo di più.
Gli presi una mano e lui la strinse appena
appena. Cercò anche di dirmi qualcosa, ma evidentemente non riusciva a parlare.
“Stia tranquillo..la aiuteremo..” le
mormorai stringendogli la mano.
“Ele! Hai bisogno di aiuto?”
Era stato Andrè a pronunciare quella frase.
Mi voltai e lo vidi in piedi dietro di me.
“Si, certo!” esclamai, e frugai nella
tasca interna del mio giubbotto, fino a trovare quello che cercavo, poi ripresi
con voce decisa: “Chiama un’ambulanza!! Subito!”
e lanciai di fatto, nella sua direzione il mio cellulare. La presa di
Andrè fu sicura. Lo afferrò annuendo deciso alla mia richiesta.
Ripresi ad occuparmi dell’uomo. Aveva perso
conoscenza. Gli slacciai la cravatta e cominciai a prestargli un primo soccorso.
Intanto, un capanello di curiosi si era
avvicinato a me ed a quel poveretto, avvicinandosi oltremisura e quasi
impedendomi di aiutarlo.
Era una cosa a cui dovevo essere abituata..la
curiosità morbosa e detestabile della gente, davanti al dolore ed alle
disgrazie altrui.
Era una scena che vedevo spesso, durante il
mio lavoro da volontaria. Di solito sopportavo, per quanto possibile: ma in quel
momento la folla stava addosso a me ed a quel poveretto, quasi soffocandoci.
Udì Luciano tentare di allontanare tutta
quella gente, ma invano. Nessuno pareva ascoltarlo.
Non resistetti oltre:
“Maledizione!! State più indietro!! Cosa
volete fare?? Togliergli l’aria? Andate via!!” urlai alzando la testa e
guardandomi intorno, rivolgendomi alla folla.
Il mio tono o qualunque cosa fosse stata,
parve aver convinto i curiosi. Il cerchio formatosi intorno a me ed all’uomo
si allargò fino quasi a disperdersi. In lontananza, intanto, sentii il suono
delle sirene farsi prossimo.
E, infatti, l’ambulanza arrivò. Spiegai per
tratti rapidi cosa era successo a quel pover’uomo, e che tipo di primissimo
soccorso gli avevo prestato, mentre lo caricavano sulla lettiga. Poi,
l’ambulanza partì, mentre io, Andrè e Luciano la guardammo allontanarsi.
“Poveretto! Speriamo che se la caverà!”
esclamò Luciano.
“Spero di si..” mi limitai a dire.
Una donnetta si avvicinò a me. Lo sguardo
lucido ed eccitato.
“Signorina! Cosa è successo a quel povero
disgraziato? Un’infarto? Un ictus?” mi domandò con un tono morboso, che non
mi piacque affatto.
Non ci vidi più:
“Vuole che le presti la mia bicicletta
signora? Così, magari, potrà seguire l’ambulanza fino al pronto soccorso, e
vedersi lo spettacolo completo!” le sibilai con una smorfia più disgustata
che sarcastica.
Non aggiunsi altro e la lasciai lì,
instupidita dalla mia risposta.
Ritornammo tutti e tre verso le biciclette.
Elisa era ancora lì, dove era sempre rimasta,
accanto alle nostre bici abbandonate sull’asfalto.
Era pallida, e sembrava sconvolta.
“Io…” balbettò “..ho bisogno di bere qualcosa..”
Povera Elisa! Sapevo fin troppo bene come si
dovesse sentire in quel momento! Era piuttosto impressionabile davanti a cose
del genere. Ricordo, che pochi mesi prima, assistendo per caso ai soccorsi
prestati per un incidente stradale, era svenuta.
“Si..certo. Credo che ne abbiamo bisogno
tutti..” annuì Luciano.
Ci ricordammo che un centinaio o poco più, di
metri avanti c’era un piccolo chiosco.
E così, senza risalire sulle bici, ma
portandole al manubrio ci dirigemmo in quella direzione.
Il chiosco era piuttosto affollato, ma
riuscimmo a trovare un tavolino libero, per quanto microscopico. Una ragazza,
che si occupava del servizio ai tavoli, si muoveva frettolosamente servendo i
clienti..ma senza decidersi a prendere le nostre ordinazioni.
“Chissà! Forse non le siamo simpatici!”
scherzò Andrè.
“Ragazzi..” si intromise Elisa, con un
tono rattristato. “Scusatemi per prima! Mi sono imbambolata come una cretina
invece di rendermi utile anche io..ma ormai penso l’avrete capito..sono
piuttosto impressionabile davanti a certe cose. Mi blocco..”
Andrè le posò una mano sulla sua.
“Non ti preoccupare. Sei solo molto
sensibile..” concluse sorridendo.
Elisa era ed è la mia migliore amica, ma
vedendo quel gesto affettuoso verso di lei da parte di Andrè, non nascondo che
ci rimasi male. Mi innervosii. Ero arrivata a quel punto!? Ad essere gelosa di
Elisa, la mia amica di sempre, che consideravo quasi una sorella?
“Oh! Mi sono stufato! Quella non vuole
saperne di venire a prendere le ordinazioni! Vado io al bancone! Mi sa che
facciamo prima!” sbottò Luciano alzandosi in piedi.
“Vengo con te..ragazzi voi cosa prendete?”
anche Elisa si era alzata.
Andrè ed io decidemmo per un succo di frutta,
poi Luciano ed Elisa si avviarono verso il chiosco.
Io ed Andrè rimanemmo in silenzio per un
po’.
Poi alzai lo sguardo. Andrè mi fissava con
attenzione.
L’adrenalina dei concitati momenti di poco
prima, probabilmente non si era ancora scaricata del tutto, e così, sbottai:
“Bhè? Perché mi guardi così? Qualcosa che
non va? “
Adrenalina! Ma a chi volevo prendere in giro?
Era ancora il nervoso per il gesto di Andrè nei confronti di Elisa. A che punto
ero arrivata? pensai mogia, sentendomi anche in colpa verso la mia amica.
Andrè sorrise.
“Che non va? No niente..anzi direi il
contrario piuttosto! Finalmente ho visto la vera Eleonora..quella che si
nasconde sempre..” rispose in maniera piuttosto vaga, o che a me sembrò tale.
“La vera Eleonora? Ti riferisci alla iena di
poco fa? Quella che quasi, faceva un sol boccone della gente intorno a
lei?"”scherzai.
”Bhè..non mi sembravi una iena! Anzi..!”
rispose lui.
Quella risposta mi parve ancora più nebbiosa,
e non sapevo come commentare.
“Ragazzi! Eccovi le vostre bibite!”
La voce di Luciano alle mie spalle mi colse di
sorpresa. Teneva in mano un vassoietto su cui poggiavano delle bottigliette.
“Ed eccovi i vostri bicchieri!” Esclamò
Elisa posandoli sul tavolino.
“Servizio completo!” fu il commento
divertito di Andrè.
Ridemmo tutti alla sua frase. Il clima era
tornato piacevole, come era all’inizio di quel pomeriggio.
Osservavo Andrè, dopo quella battuta.
Che ragazzo straordinario! Pronto e capace di
affrontare ogni difficoltà, pronto a difendere chiunque con il suo coraggio, ma
anche in grado, solo con le sue parole ed il suo sguardo dolce, di riportare la
calma e la serenita in ogni persona che gli era vicina.
Anche il gesto che aveva avuto per Elisa,
lo interpretai per quello che era, ridendo della mia gelosia di poco
prima: era stato un gesto affettuoso e dolce.
“Corinne come sei fortunata!” pensai
“..e come ti invidio…”
Ripensavo anche alle parole di Andrè: la vera
Eleonora..
Erano passate alcune settimane da
quell’episodio, quando una sera ricevetti una telefonata da Luciano. Era
pomeriggio, piuttosto tardi.
Mi informò che Andrè era tornato a casa,
subito dopo le lezioni, perché non si era sentito molto bene.
“Gli ho telefonato poco fa, per sapere come
stava. E lui, tranquillo come una pasqua, mi ha detto che ha un
po’ di febbre. Se lo conosco come credo..sarà un febbrone! Volevo andare
da lui a vedere se ha bisogno di qualcosa..ma purtroppo sono impegolato
piuttosto male con questo esame…”
“Capisco..” risposi. Dove voleva andare a
parare Luciano?
“Ho cercato di rintracciare un paio di
nostri amici, ma senza successo..così ho pensato di chiamare te..Non è che
andresti tu a vedere come gli gira? Quel pazzoide è capacissimo di passare la
notte a studiare anche con la febbre alta..”
Ecco. Ci siamo. Il momento che temevo, era
ormai arrivato. E non potevo certo tirarmi indietro. Mi ero imposta di
considerarmi un’amica per Andrè, e come tale di rendermi disponibile nel caso
fosse stato necessario..
“Si..va bene..andrò subito..”
“Oh! Grazie Eleonora! Grazie davvero! Mi
raccomando..legalo al letto se necessario!” scherzò.
Ci salutammo.
Mi vestii in fretta.
“Si può sapere dove vai? E’ quasi ora di
cena!” domandò perplessa mia madre vedendomi prendere la borsa.
“Vado a trovare un mio amico..che ha la
febbre..anzi..ti posso rubare la macchina, mamma?”
Lei annui, ma considerò:
“La febbre? Da come sei agitata..pare che
sia moribondo questo tuo amico! Comunque..devo tenerti la cena in caldo?”
Risposi che non era necessario, la ringraziai
e uscii velocemente.
Erano quasi le sette. Il traffico era ancora
piuttosto caotico, e ci misi una mezz’ora buona a raggiungere il quartiere
dove viveva Andrè.
Riuscii a trovare un parcheggio a poca
distanza da casa sua.
Un edificio antico, come la maggior parte del
centro. Severo, ma non privo di una certa eleganza di stile.
Andrè viveva in una mansarda del palazzo. La
prima volta che, recandomi da lui
in compagnia dei nostri amici, avevo visto quell’edificio ero rimasta
sorpresa.
Ma Luciano, mi spiegò, che la famiglia di
Andrè se la passava piuttosto bene. E
doveva essere vero, considerando gli affitti colossali che si pagavano in quella
zona della città.
Comunque sia, camminai per alcuni metri, fino
a trovarmi davanti all’enorme portone d’ingresso.
La pulsantiera del citofono, in lucido ottone
che ormai conoscevo a memoria.
Feci un respiro profondo, e poi schiacciai il
pulsante corrispondente all’appartamento di Andrè.
Era la prima volta, che andavo a fare visita
ad Andrè da sola..ed ero agitatissima. Osservai nuovamente il citofono..
A.
Grandier: scritto
in corsivo inglese sulla targhetta. Mi scappò una carezza
su di essa.
Sussultai
quasi, quando sentii la voce di Andrè chiedere chi era.
“Andrè..ciao.
Sono Eleonora..mi ha telefonato Luc..”
“Oh! Sali
Ele! Ti apro subito!” la voce di Andrè, rotta dal crepitio del citofono non
mi lasciò finire la frase e il portone si aprì con uno scatto rumoroso.
Quando arrivai al pianerottolo, Andrè era già
sulla soglia della porta, ad attendermi, con uno dei suoi sorrisi, così
luminosi.
Indossava un maglione piuttosto sformato, ed
un paio di vecchi jeans, i capelli un po’ arruffati..eppure stupendo anche così..
Il viso mi sembrava un po’ stanco
effettivamente.
“Eleonora! Che bella sorpresa!
Dai..entra!”
Chiuse la porta alle nostre spalle.
“Scusami..al citofono mi stavi dicendo
qualcosa se non sbaglio..ed io da perfetto cafone, ti ho interrotto..”
sorrise.
“Oh..figurati. Comunque..sono venuta qui
perché Luciano era preoccupato per te..e non avendo la possibilità di venire
personalmente..mi ha chiesto di fare un salto..”
Andrè scoppiò a ridere:
“Preoccupato? Addirittura? Per qualche linea
di febbre? Quel ragazzo è incredibile! E’ come la mia maman..anzi peggio!”
“Bhè..Luciano ha detto che..tu tendi a
minimizzare di solito..e voleva sapere se, realmente, si tratta di qualche
linea..e non di più..” mormorai. Maledizione! Stava accadendo quello che
temevo. Rispondevo ad Andrè distogliendo lo sguardo da lui, guardandomi in
giro, turbata dal fatto di essere da sola con lui.
“No..è davvero solo qualche linea.
Ma..vieni accomodati. Scommetto che per venire qui non hai nemmeno cenato. Vuoi
fermarti qui da me? Posso cucinarti qualcosa.. ma temo non esattamente haute
cuisine..” scherzò.
“Andrè..ti ringrazio per l’invito..ma non
posso accettare. Prima di tutto, perché credo che dovresti pensare a riposarti
piuttosto che a fare lo chef” sorrisi, per poi riprendere
“inoltre, stasera sono di turno…”
Vidi Andrè passarsi una mano sulla fronte. Il
viso arrossato e stanco era rivelatore. Nonostante le sue parole scherzose, la
febbre non era sicuramente così bassa come voleva far credere. Guardai
l’orologio a muro dell’ingresso..e calcolai il tempo.
Si. Potevo farcela..e anche se non ce
l’avessi fatta…al diavolo! Andrè..veniva prima di tutto.
“Senti Andrè..se non ti sei preparato nulla
per cena..potrei pensarci io. Non sono una gran cuoca..ma…”
Lui scosse la testa deciso: “Niente affatto!
Hai i tuoi impegni..e sei già stata fin troppo gentile a venire fin qui, per
accontentare Luciano, che mi credeva già partito per il mondo dei più..”
“Andrè..per me non è affatto un
problema..davvero. Facciamo così: ti rilassi un po’ sul divano e io nel
frattempo ti preparo qualcosa..”
“Sei..davvero gentile Ele..”
Andrè volle prendere il mio giubbotto e la
borsa, poi ci recammo nel soggiorno.
Ormai conoscevo bene la sua mansarda.
Arredata con gusto e semplicità. Sembrava
rispecchiare in pieno la personalità di chi ci viveva..
Sul tavolino ai piedi dei due piccoli divani
del soggiorno, qualche rivista e una foto, posta in una cornice da tavolo. Anche
quella foto, ormai, mio malgrado, la conoscevo.
Era Corinne. Ricordavo ancora quando vidi per
la prima volta quella fotografia.
Corinne era in piedi, dietro di lei, uno
sfondo fatto di colline. Una foto a figura intera. Era una ragazza bionda,
piuttosto alta, a giudicare dalla proporzione con una ringhiera a cui era
appoggiata. Il viso, seppur molto bello, non trasmetteva alcun calore. Mostrava,
anzi, un’espressione incolore e imbarazzata, un sorriso piuttosto artificiale,
mi trasmetteva un senso di disagio.
Mi recai nel piccolo cucinotto adiacente al
soggiorno.
“Troverai ben poco nel frigorifero…”
Andrè era arrivato alle mie spalle.
Io, in piedi davanti al
frigorifero, tenendolo aperto. Non esagero, dicendo, che ero quasi
paralizzata nel sentirlo così vicino a me.
Allungò il collo oltre la mia spalla. “Che
desolazione vero Ele? Una bottiglia di latte..e qualche scatoletta! E
poi..pensare che noi francesi siamo famosi per la cucina!” esclamò ridendo.
“Andrè..per favore! Per favore!
Allontanati!” pregai dentro di me.
Chiusi il frigorifero di scatto e mi voltai
verso di lui.
“Non avrai molta fame immagino..oppure
desideri qualcosa in particolare?”
Andrè fece un cenno di diniego con la mano,
poi, si diresse verso il soggiorno. Si accomodò sul divano, invitandomi a fare
altrettanto.
“Ele..è destino che io sia sempre in debito
con te! La penna…ricordi?” scherzò ”E adesso dovresti anche farmi da
cuoca? No..dai è troppo! Lascia perdere..apprezzo il tuo gesto, ma non voglio
darti disturbo. Inoltre..hai ragione..non ho molta fame..”
“Hai preso almeno qualche medicina?”
Andrè mi osservò divertito. “Si..certo.
Un’aspirina e un bicchiere di latte caldo un’oretta fa..credo sarà
sufficiente..”
Mi alzai dal divano.
“Bhè..hai ragione..forse è meglio che
pensi solo a riposarti. In ogni caso, io torno in cucina. Ho visto che hai della
frutta. Ti preparo una macedonia e te la metto in frigo. E’ l’ideale in
questi casi..e la frutta contiene vitamine!” scherzai.
Andrè sbuffò divertito:
“Sei davvero ostinata! Già..una volonta di
ferro, ed una ragazza molto in gamba..” rispose lui, con una voce da brividi.
“Proprio per questo io..”
Andrè si interruppe di colpo. Io, non sapevo
il perché, ma cominciavo a sentirmi a disagio. Era già difficile, combattere
con l’imbarazzo, con il turbamento che provavo..ed ora Andrè cominciava a
parlare in quel modo!
Decisi di tagliare corto. Ritornai in cucina,
preparai velocemente una macedonia piuttosto abbondante. Terminato il tutto,
ritornai in soggiorno. Andrè mi accolse sorridendo.
“Andrè…io vado. La frutta è in frigo..mi
raccomando. Se non te la senti ora, pazienza, ma più tardi..mangia qualcosa.
Non andare a dormire a stomaco vuoto..”
Lui, che era appoggiato sul divano, mi osservò.
“Vai via?”
Sembrava dispiaciuto.
“Io..si..” risposi in un soffio. Dio!
Quanto avrei voluto non andarmene!
“Non darmi retta Ele!” considerò Andrè,
che forse si era reso conto del suo tono di voce un po’ deluso. Poi “Sono un
grande egoista!” terminò sorridendo.
Fece per alzarsi dal divano, ma lo fermai.
“No..non alzarti per me. Conosco la
strada..stai qui tranquillo..”
Non mi diede retta e si alzò. Andò verso
l’attaccappanni a muro, per poi tornare con il mio giubbotto e la mia borsa.
Poi, mi accompagnò fino alla porta.
“Bhè..ciao Andrè. Riposati, mi raccomando!
O domani ti mando Luciano! E lui è molto meno accondiscente di me!” ammonii
con scherzoso rimprovero.
“Si..certo..buonanotte Ele..e non
preoccuparti. Dì anche a Luciano di stare tranquillo. Vedrai.. Una bella
dormita..e domani starò bene..” mormorò.
Afferrai la maniglia del portoncino, quando
Andrè mi fece voltare verso di lui.
“Grazie Ele..grazie di tutto..” Dopo
quelle sue parole, mi baciò sulla fronte, con delicatezza.
“Ciao Andrè” mormorai frettolosamente, e
lasciando di furia il suo appartamento.
Ero rimasta talmente sconvolta e scossa da
quel gesto di tenerezza di Andrè, così inatteso e dolce, che non mi resi
nemmeno conto, di essere arrivata al piano terra a, facendomi tutti i piani
quasi di corsa, scalino per scalino, completamente dimentica di prendere
l’ascensore.
Lasciai l’edificio e mi rifugiai in
macchina. Accesi la luce dell’abitacolo e mi guardai nello specchietto
retrovisore.
Il viso praticamente in fiamme. Ma, mai
bruciante come la fronte su cui Andrè aveva posato quel bacio.
“Andrè! Perché hai fatto una cosa del
genere? Perché? Io certo di considerarti un’amico, di soffocare quello che
sento per te..e tu fai questo? Non ti rendi conto di quanto io stia male?”
pensai.
Maledissi quella serata..quel gesto di Andrè,
che percepivo così bello e terribile allo stesso momento. Come tutto quello che
lo riguardava del resto..
“Mai più! Non succederà mai più! Non
voglio stare male in questo modo!” mi dissi decisa.
L’indomani avrei telefonato a Luciano,
pregandolo, di andare lui da Andrè, se necessario.
Non doveva più accadere, di trovarmi sola con
Andrè.
Dovevo prevederlo, che qualcosa sarebbe
successo. Ero praticamente uscita di corsa dal suo appartamento. Il suo era
stato un gesto di affetto. Il gesto di un amico ed io..avevo reagito in quella
maniera! Mi domandavo, cosa avesse pensato di me Andrè in quel momento..
“Mai più” mi ripromisi fermamente per
l’ennesima volta, stringendo il volante con rabbia.
Forse era il momento di guardare in faccia la
realtà..
“Forse..dovrò cercare di allontanarmi da
lui. Magari anche non frequentarlo più, nemmeno come un semplice amico..Non
posso andare avanti così!”
Poi, scoppiai a piangere.
Due propositi. Mai più sola vicino ad Andrè,
il primo.
Cercare di cambiare aria, di vederlo il meno
possibile, il secondo.
Ma, si sa, spesso i propositi fatti con sé
stessi, si dimenticano in fretta..del resto, come si può venire a patti del
genere con il proprio cuore?
L’amore non conosce ragioni. Una frase che
poteva sembrare quasi un luogo comune: e invece..
Il giorno seguente, raccontai ad Elisa ciò
che era successo a casa di Andrè, e come mi ero sentita..
“Ho deciso..di non vederlo più, almeno per
qualche tempo..” affermai.
Elisa mi osservava perplessa, così mi
precipitai a precisare che, comunque, se lei desiderava continuare a frequentare
Andrè ed i suoi amici, non me la sarei presa.
“Ma cosa dici? Ti rendi conto delle
sciocchezze che stai pensando? Non ti lascerò certo sola! Dovrei offendermi per
quello che hai appena detto..” replicò un po’ seccata.
“A me dispiace Elisa, tantissimo.. anche in
considerazione del fatto che sono tutti ragazzi e ragazze molto simpatici..e non
ho certo dimenticato come ci hanno accolto tra loro fin dalla prima volta che li
abbiamo conosciuti ma…” sospirai lungamente, poi ripresi.
“Ma..attualmente, non vedo altra soluzione..sto davvero malissimo credimi..”
Elisa annuì:
“Si, è ovvio. Ti capisco. Dovremo trovare
un modo per evitarli per qualche tempo..una scusa..senza però offenderli
apertamente..”
“Bhè..potremo sempre dire che è un periodo
duro..che abbiamo molto da studiare..poi, in seguito vedremo. Chissà..magari io
supererò questo momento..”
“Si..certo..magari..” mormorò Elisa
piano, ma non abbastanza convinta.
E così, ci impegnammo nei giorni seguenti, a
mantenere quel proposito.
Passavamo i nostri giorni all’università
come due evasi in fuga. Terminate le lezioni, lasciavamo in fretta e furia
l’ateneo, e ci dirigevamo subito a casa.
Purtroppo, mi resi conto che l’università,
che tanto enorme mi era parsa tempo prima, ora non mi sembrava mai abbastanza
grande per quello che mi ero prefissa di fare.
Per quanto evitassimo di passare nei dintorni
della mensa, del bar o ovunque sapevamo fosse possibile trovare Andrè in
compagnia dei suoi amici..c’erano posti che non si potevano evitare.
La biblioteca ad esempio. E fu proprio lì,
che un pomeriggio incontrammo Andrè, Luciano ed un altro ragazzo che non
avevamo mai visto prima.
Ci videro subito, appena entrate, e così,
arrivarono subito nella nostra direzione.
“Oh! Le redivive! O dovrei dire..le tremende
secchione! Finalmente vi becchiamo eh?” ci rimproverò allegramente Luciano,
quando ci ebbe raggiunto.
“Già..hai ragione. E’ difficile vederci
in giro..”
“Non direi solo difficile! E’ diventato
quasi un miracolo..vi hanno messo così sotto?”
Osservavo Andrè, mentre Luciano ed Elisa
chiaccheravano.
Dopo essersi limitato a salutarci, non aveva
più detto una parola. Ogni tanto mi lanciava un’occhiata piuttosto
mortificata, per poi abbassare lo sguardo.
“Allora Eleonora? Sabato prossimo ci farete
il grande onore di potervi avere con noi? L’intenzione era di andare a teatro.
Danno una..”
Non lasciai finire Luciano, e scossi la testa
sorridendo.
“No..mi dispiace. Sarà per un’altra
volta..”
“Oh..ma è da quasi due settimane che non
uscite con noi..” mormorò deluso Luciano, poi si rivolse verso Andrè, che
continuava nel suo mutismo. “Andrè..dille tu qualcosa! Queste due studiano
troppo! Di questo passo arriveranno alla laurea con l’esaurimento nervoso!
Aiutami a convincerle..”
Rimasi sorpresa. Andrè era avvampato
improvvisamente, e sembrava anche a disagio davanti alle parole di Luciano.
Decisi di toglierlo io dall’imbarazzo..di
cui, mi ritenevo responsabile in un certo senso. Anche se lui forse non poteva
immaginarlo..
“Ragazzi..mi dispiace davvero. Ma..abbiamo
molto da studiare. .”
Luciano sospirò rumorosamente. “E va
bene..ma, mi raccomando, ricordatevi di noi ogni tanto! Quando sarete finalmente
meno impegnate..bhè.. il numero di telefono mio e di Andrè..lo sapete!”
Ci salutammo, poi, io ed Elisa, cominciammo a
girare per gli scaffali, per cercare i testi che ci servivano.
“Eleonora..hai visto che faccia aveva Andrè?
Secondo me..”
“Tho! Ecco il libro che cercavo! Sbrigati
Elisa..dobbiamo tornare a lezione tra poco.” fu la mia risposta.
Il Sabato seguente, dopo aver passato la
mattina in maniera alquanto svogliata sui libri, mi recai nel pomeriggio alla
sede della Croce.
Il mio turno sarebbe durato dalle due alle
otto, poi sarei tornata a casa per cena, e nella serata io ed Elisa, saremmo
andate a fare una passeggiata.
Avevo pregato mia madre, di riferire a
chiunque avesse telefonato, chiedendo di me, che non sarei rientrata a casa,
dopo il mio turno di servizio.
Mia madre era rimasta sorpresa da quella mia
richiesta.
“Ah!
Che novità! Va bene..ma se mi
chiedono dove sei?”
“Dille..che
non lo sai di preciso!”
“Cosa?
Mi fai fare proprio una bella figura! Che bella risposta da far dare da tua
madre!”
“Mamma..!”
“E
va bene! Per questa volta! Ma sappi..che non mi piace raccontare bugie per conto
tuo! Anche la scorsa settimana..stessa scena! Ma si può sapere che cosa..?”
Lasciai anche il cellulare a casa. Spento.
Il pomeriggio era piuttosto caldo. Ed io,
chiusa nella tuta cerata, stavo pulendo l’interno di un’ambulanza.
“Eleonora!! Eleonora!”
Mi voltai di scatto.
Una volontaria mia collega, mi si avvicinò.
“Eleonora..è arrivato un ragazzo che ha
chiesto di te..”
Deglutii. Un ragazzo?
“Gli hai già detto che sono qui?”
domandai.
“Bhè..non c’è né stato bisogno.
Sembrava che lo sapesse già..” poi allargò gli occhi. “Oh..ho fatto una
gaffe? Devo dirgli che sei fuori per una chiamata, o che sei occupata?”
“No..non è necessario..fallo venire qui.
Devo finire di pulire..” acconsentii.
Era inutile scappare. Prima o poi sarebbe
successo. Non potevo sbagliarmi..sapevo che si trattava di lui.
“Qui?!” domandò la mia collega.
“Si, qui, perché?”
“Va bene..come vuoi. Te lo mando subito
allora..”
La mia collega tornò verso gli uffici della
sede, ed io ripresi il mio lavoro, domandandomi cosa avrei dovuto fare quando..
“Eleonora..”
Mi voltai. Andrè era in piedi, davanti a me.
E infine non mi ero sbagliata.
“Oh..ciao..” salutai, scendendo
dall’ambulanza.
“Ho..saputo che eri qui da tua madre. Sono
passato a casa tua..e mi ha detto che avevi il turno del pomeriggio.” accennò
Andrè timidamente.
Grazie
mamma!
pensai subito. Ma non ero affatto irritata dalla sua soffiata, anzi..
Mi sentivo ridicola. Con uno scopettone in
mano, il tutone cerato, gli stivali enormi. E chissà che faccia sconvolta
dovevo avere, accaldata e spettinata!
“Io..ecco..la tua collega non mi aveva detto
che stavi lavorando…se vuoi torno più tardi..”
Feci un cenno di diniego con la mano.
“No..stai tranquillo Andrè. Ho praticamente finito. Vado solo a togliermi
questa tenuta da palombaro..sto scoppiando dal caldo..”
“Ti aspetto qui allora..”
Mi recai negli spogliatoi.
La collega che mi aveva avvisato, più
un’altra ragazza che era di turno, mi accolsero con un sorriso furbo.
“Eleonora! Le tieni tutte per te, certe
novità?” disse una di loro.
“Novità?” domandai, mentre mi toglievo la
tuta.
“Si..chi è quello schianto che è venuto a
trovarti? E’..uno con cui ti vedi?”
“No, è solo un mio amico. Uno
dell’università..”
La mia collega sospirò, girando gli occhi.
“Dio mio! Lo dicevo io! Non dovevo abbandonare gli studi! Mica lo sapevo che
nelle università girassero certi adoni! Comunque..siamo sicuri sicuri che sia solo
un’amico?”
“Si, è un amico e basta. Tant’è vero che
è fidanzatissimo!” conclusi chiudendo il mio armadietto.
Poi, andai in bagno. Mi specchiai. Avevo una
faccia davvero stravolta. Poi..mi osservai meglio. La maglietta bianca che
faceva parte della nostra divisa mi sembrò improvvisamente troppo stretta. Il
mio seno, la tendeva. Chissà se Andrè..
“Quanto sono stupida..ma cosa vado a
pensare…” mormorai imbarazzata dai miei pensieri.
Feci uscire la maglietta dai pantaloni, e
goffamente, cercai di allargarla.
Poi, finalmente, raggiunsi Andrè.
Mentre andavo nella sua direzione, dopo essere
uscita dagli spogliatoi, pensai che non dovevo apparire molto meglio di prima,
con i pesanti scarponi e i larghi
pantaloni arancione fosforescente della divisa.
Mi ricordai della coda di cavallo. Mi ero resa
conto, guardandomi allo specchio, che era piuttosto malridotta. Così, mi
sciolsi i capelli.
Vidi Andrè, seduto su uno dei
piloni-spartitraffico che correvano laterali all’uscita per le ambulanze.
“Eccomi..”
Lui, si voltò di colpo.
Rimase in silenzio per qualche istante. Poi,
si alzò in piedi, si avvicinò.
“Eleonora..scusami se sono venuto a
disturbarti qui. So, che non è il posto adatto per parlare, avrai altro di cui
occuparti ma…” parve tentennare, poi sospirò concludendo “Ma, ecco…io
volevo sapere se è successo qualcosa. Qualcosa che qualcuno dei miei amici, o
io stesso abbiamo fatto e che ti ha dato fastidio intendo..”
Abbassai lo sguardo, poi, mi andai a sedere
sul vano dell’ambulanza, che poco prima stavo pulendo: Andrè mi seguì.
“Allora..è così. E’ per questo che mi
eviti..” considerò, valutando il mio silenzio.
Lo fissai e provai molta tenerezza per lui.
Quanto avrei voluto avere il coraggio di buttargli le braccia al collo e
dimostrargli così, che mi era mancato! Tanto, tantissimo! E che appena lo avevo
rivisto, avevo deciso di non stare più lontano da lui.
“No..non è niente del genere Andrè.
Nessuno dei tuoi amici, e nemmeno tu mi avete fatto nulla. E’..che davvero in
questo periodo lo studio mi ha rubato molto tempo.” mi limitai invece a
rispondergli, stringendomi nel cuore quel desiderio trattenuto.
Lo osservai. Non sembrava convinto dalla mia
frase. L’espressione del suo viso era ancora mortificata e dispiaciuta.
“Davvero Andrè. Non pensare male. E’ così.
Niente di più..niente di meno. E..per Elisa è lo stesso. Ci tengo a dirlo. ”
sottolineai ancora per tranquillizzarlo.
Andrè si chinò davanti a me.
“Ele..sono contento di sentirtelo dire. Sono
stato molto giù..mi chiedevo che cosa era successo; come mai tu ed Elisa non vi
facevate più vive, né con Luciano..e nemmeno con me..”
Giocherellavo con l’elastico che usavo per
trattenermi i capelli, cercando di nascondere l’emozione di averlo vicino, di
sapere che si era preoccupato per me..
“Mi dispiace che tu e Luciano siate stati
male per causa nostra..comunque..spero che ora ti sentirai più tranquillo.
E..se stasera, saremo ben accette..usciremo volentieri con voi.”
“Davvero? Sono molto felice Eleonora!
Davvero molto! Tu..”
Andrè fu interrotto dalla voce della mia
collega.
Ci voltammo entrambi nella sua direzione,
mentre lei mi indicava l’ambulanza.
“Eleonora! Sono costretta ad
interromperti..ma c’è una chiamata! Chiudi il portellone e aspettaci! C’è
un tale che è caduto da una scala da andare a prelevare..!”
Mi alzai subito. “Mi spiace Andrè..ma
devo..”
“Si, certo. Ti lascio subito!”
Chiusi il portellone del mezzo, e salii a
bordo, sul lato passeggero. Poi, abbassai il finestrino. Andrè si avvicinò.
“Ciao Ele..buon lavoro. Stasera, quando
sarai arrivata a casa, telefonami. Io e Luciano passeremo a prendere te ed
Elisa. Se, invece, sarai stanca..basterà farmelo sapere e ti lascerò
tranquilla..” fece una pausa “ma solo per stasera!” terminò sorridendo.
“No, uscirò sicuramente con voi..a stasera
allora..”
“Ci conto Eleonora..” rispose sorridendo
dolcemente.
In quel preciso istante, la mia collega ed un
altro volontario arrivarono nella mia direzione e saliti sull’ambulanza
partimmo veloci.
Feci un’ultimo cenno di saluto ad Andrè.
Lo osservai, dallo specchietto esterno mentre
lasciavamo la sede. Mi salutava ancora con la mano.
“Andrè..mi sei mancato così tanto! Non mi
importa di stare male..ma non vederti è stato ancora peggio di quello che
pensavo..” dissi a mè stessa, mentre vedevo la sua figura farsi sempre più
lontana.
Il mio proposito di allontanarmi da Andrè era durato pochissimo. Si e no due settimane. Ma che si erano rivelate d’inferno..senza di lui.
Continua...
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