Il passato che torna
parte VI
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Era
notte fonda. Eravamo arrivati nei pressi del capannone, con due auto-civetta.
André, Alain ed io su una macchina. Marcel e Jacques sull’altra.
André
tolse la sicura dalla sua pistola.
“Bene,
Alanis. Faremo così: il capannone è sorvegliato. Un paio di uomini
all’interno, più uno che fa un giro all’esterno ogni mezz’ora circa.
Dobbiamo neutralizzare lui per primo. E poi entrare nel capannone e sistemare
gli altri due…”
Annuii.
Contattammo
via radio Marcel e Jacques, che erano pronti.
Andò
tutto bene, all’inizio. Marcel ed io riuscimmo a prendere senza problemi
l’uomo che si occupava del giro esterno. Eravamo tutti davanti al capannone.
Ci muovevamo in silenzio.
“Si
vede una luce accesa dal retro. Penso che i due si trovino in un ufficio o
qualcosa del genere”, bisbigliò Marcel.
“Bene.
Ora proverò a forzare il portone..”
Rimasi
perplessa. “Ma André come farai senza farti sentire?”
Lui
fece un sorriso divertito: “A Marsiglia ho lavorato come infiltrato, Alanis, e
ho imparato anche a fare lo scassinatore… potrei diventare un ottimo
ladro…”
Si
era appena messo all’opera quando sentimmo il rumore di una macchina che
arrivava a tutta velocità. Ci voltammo di colpo. La macchina inchiodò,
immediatamente si aprirono le quattro portiere. Iniziarono a sparare.
“Maledizione!
Una soffiata!” Gridò Alain.
Corremmo
via in direzioni diverse, per poterci riparare e rispondere ai colpi. Mi
rifugiai dietro a dei bidoni, chiamando via radio le pattuglie di appoggio. Si
stava mettendo male!
Attirati
dai colpi di pistola, uscirono anche i due che erano nel capannone.
La
sparatoria durò pochi minuti. Riuscii a colpire i due usciti dal capannone.
Calò
il silenzio.
Le
armi in pugno, ci avvicinammo all’auto. Accanto ad essa, due morti.
André
si avvicinò per controllare l’interno della macchina. Diede un calcio furioso
ad una portiera: “Maledizione!”
“André…
io ho avuto l’impressione di vedere più di due uomini uscire dalla
macchina.” Gli dissi.
“Sì,
anche io… Comunque questa mi pare interessante …” Ci mostrò una valigetta
di cuoio piuttosto pregiata.
“Il…”
“Già.
Il pesce grosso era con questi uomini. Non era una soffiata. Semplicemente è
arrivato prima del previsto.”
Riprese
la sua ricerca all’interno del veicolo, assieme ad Alain. Jacques e Marcel si
diressero verso il capannone, mentre io tenevo d’occhio l’area. Udii in
lontananza le sirene delle macchine di appoggio. Sentii un rumore di passi, a
poca distanza da noi. Mi voltai. Un uomo correva verso una stradina interna, tra
due edifici.
“E’
lui!” Pensai. Mi misi a correre. “Devo prenderlo.”
Lo
seguii per la stradina che l’avevo visto imboccare. Un vicolo chiuso, che
terminava con una scaletta, che lui tentava faticosamente si salire, per niente
facilitato dalla sua mole.
“Ma
certo! I tetti.Ti sei fregato da solo!”
“Fermati
sei in trappola ormai!” gridai. Inutilmente. Continuava ad arrancare sulla
scala.
Quelli
che seguirono furono attimi rapidi, velocissimi.
Stavo
per sparare, quando sentii il rumore di uno sparo e, immediatamente dopo, una
fitta bruciante, un fuoco doloroso che mi pervadeva il braccio e la spalla
destra. Mi avevano colpito. L’arma mi cadde dalle mani. Mi voltai verso
l’uscita del vicolo. Vidi un uomo che puntava la pistola contro di me, fermo a
qualche metro di distanza. Doveva essere uno di quelli che erano riusciti a
nascondersi durante la sparatoria.
Era
finita.
“E
adesso… saluta il mondo, bambina!” Mi disse ghignando.
Alzai
lo sguardo e vidi André correre nel vicolo, verso di noi.
“André!”
Dissi pianissimo, terrorizzata. L’uomo che prima mi teneva sotto tiro, doveva
aver notato qualcosa nella mia espressione. Un errore imperdonabile, da parte
mia. Si voltò di colpo.
I
due spararono contemporaneamente. Li vidi cadere entrambi.
“André!”
Gli corsi accanto. Era accasciato a terra. “Oh no! No! Mio Dio, no!!” Cercai
di sollevarlo.
“Io…”
“André…
stai tranquillo…”
“Oh
Cristo! André, Alanis!!” Alain si avvicinò. Chiamò le ambulanze.
“Oh…
André… André…”
Alain
cercava in qualche modo di tamponare la ferita di André al torace, che
sanguinava copiosamente. “Ci siamo accorti tardi che stavi inseguendo
quell’uomo. André appena ti ha visto ti è corso dietro... come ti senti,
Alanis... la tua ferita è…”
“Non
ti preoccupare per me! Pensa ad André… oh Dio!!”
“Te
la senti di stare qui sola, Alanis? Vado ad aspettare le ambulanze…”
“Sì… vai Alain…”
Non
riuscivo a fermare le lacrime. André era pallido, gli occhi chiusi, ma trovò
la forza di mormorare ancora qualcosa. “Perché piangi? Sto… per morire?”
Erano frasi sconnesse, che faticavo a capire.
“No,
André… ti salveranno. Starai bene. Ma ora ti prego… non parlare.” Mi resi
conto che stava per perdere conoscenza.
“Non
voglio morire”, mi disse. Rimasi impietrita. “Non voglio morire e perderti
di nuovo…” Piangeva. “Ti ho aspettata così tanto tempo… Oscar…” Il
viso contratto dal dolore, svenne tra le mie braccia.
“No
André! Non morire… non morire! Ti prego!”
Lo
strinsi a me, con una forza disperata, come se quel gesto potesse strapparlo
alla morte.
“Alanis…
stiamo arrivando!” Era Alain con i soccorritori.
Gli
prestarono le prime cure, poi lo caricarono sulla barella.
“Vengo
con voi”, dissi al medico dell’ambulanza.
“No,
agente… c’è un’altra ambulanza. Vi medicheranno lì…”
Non
lo lasciai finire. “Non mi importa niente della fottuta ambulanza! Lui è il
mio compagno! E io voglio stare con lui!” Avevo parlato con voce rabbiosa e
disperata.
“D’accordo…
come volete.”
Salii
sull’ambulanza. Misero una maschera ad ossigeno ad André.
Ero
disperata.
“Salvatelo…
vi prego…” mormorai.
Ma
la stanchezza e
il dolore della ferita
ebbero la meglio su di me. Mi girava la testa, un senso di debolezza per tutto
il corpo. Poi tutto diventò buio.
Ho freddo.
Tanto freddo. Mi stringo nel giubbotto. Il vento è forte, gelido.
Per la prima
volta Arras mi trasmette non serenità e gioia, ma dolore.
Mi trovo su
una collina. Sono qui, immobile, da un tempo infinito.
Vorrei andare
via, scappare. Ma non ci riesco.
Continuo a
fissare quella lapide, una semplice
lastra di marmo bianco. Nessuno stemma, nessuna decorazione, nulla.
Solo una
scritta.
“Su
questa collina sono sepolti
Oscar François de Jarjayes e André Grandier
caduti
il 14 luglio 1789
aggiungendo
il loro nome a quello di tutti coloro che,
donando
la loro gioventù alla causa della Rivoluzione,
con
il bianco della lealtà, con il rosso del coraggio,
con
l’azzurro acciaio delle loro spade,
hanno
contribuito a tessere
il
tricolore della Francia libera e repubblicana.[1]
Il dolore
diventa insopportabile. Mi dà la forza di muovermi. Appoggio una rosa su quella
lapide.
Poso una
carezza leggera sulla lastra di marmo.
“Mai più…”
riesco a mormorare, prima di andarmene, mentre le lacrime continuano a rigare il
mio volto…
“Guardate!
Sta aprendo gli occhi!”
Aprii
gli occhi lentamente. Una luce accecante mi colpì. Ero sdraiata su un letto.
Chini su di me, due medici e i miei colleghi Alain e Jacques.
“Alanis…
come stai?”
Cercai
di alzarmi di scatto, ma fui bloccata da una fitta di dolore.
“Stai
ferma Alanis! Si potrebbe riaprire la ferita!” Il tono di Alain era
affettuoso. Cercò, per quanto possibile, di sistemare i cuscini, in modo che
potessi appoggiarmi.
Ma
non mi importava di me.
“André…
come sta André??” Chiesi, angosciata.
Jacques
sorrise: “Ha riportato una brutta ferita, ma, tutto sommato, è stato
fortunato. La pallottola ha attraversato il torace, senza toccare organi
interni. Sta bene, Alanis. Si riprenderà… ”
Non
cercai di fermare le lacrime di sollievo.
“Ce
l’abbiamo fatta, André. Questa volta riusciremo ad essere felici…”
pensai.
E’
passato più di un mese. Sono qui, seduta sul divano, bevo una cioccolata calda
e ascolto Mozart.
Aspetto
André. Si sta preparando. Partiamo
stasera stessa per Arras.
Non
gli ho ancora parlato di quello che ha mormorato quando era stato colpito,
durante la sparatoria. E non gli ho parlato neanche di quel quadro. Di villa
Jarjayes. Dei miei viaggi nel passato, che io avevo interpretato, per dare una
spiegazione razionale alla cosa, come semplici sogni. Di quello che mi aveva
detto quella zingara.
Ma
ci sarà tempo per tutto questo. Siamo tornati, André, e ci siamo ritrovati.
Dopo tanto tempo, ci è stata data la possibilità di tornare e poterci amare,
finalmente, vivendo felici. Respirando, attimo per attimo, tutti quei momenti
che tanto tempo fa, non abbiamo potuto vivere in maniera completa.
Quante
persone, vorrebbero avere questa possibilità. Noi, in fondo, siamo stati
fortunati.
Partiremo
per Arras, amore mio. Ma ti chiederò di fare una piccola deviazione. C’è una
casa che vorrei tu vedessi… e c’è un quadro, che vorrei mostrarti. Un
quadro che forse ti piacerà.
Ha tante cose da raccontarti e da farti scoprire la tua Oscar…
Fine
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[1] MIGLIAVACCA M., Il romanzo di Lady Oscar, Milano, Fabbri, 1982, p. 164.