Racconto breve
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Il sole di quella giornata di primavera si apprestava
a tramontare.
Come faceva dal primo giorno del mondo.
Come aveva fatto anche quel giorno...
Un giorno che non sarebbe stato dimenticato tanto
presto da Oscar.
E da André.
Il giorno dell’addio forse definitivo tra Oscar ed
il conte di Fersen.
Dell’addio
a tante cose. André ne era sicuro. Qualcosa di completamente diverso stava per
iniziare. Qualcosa che non riusciva a definire.
Conosceva
bene Oscar. Troppo bene.
“Cosa
farai Oscar? Cosa farai per dimenticarlo?”
Era
troppo facile da immaginare…
Ma
troppo difficile da accettare.
André
ne era certo. Oscar avrebbe abbandonato il suo incarico presso le Guardie reali.
Sì. Sicuramente.
Del
resto era l’unico modo per sfuggire al conte di Fersen, e anche alla regina
Maria Antonietta.
Fuggire
per non soffrire. Fuggire per non vedere.
Fuggire
per vivere.
Ad
André sfuggì un sorriso amaro.
“Io
invece non potrei mai fuggire da te Oscar. Tanto varrebbe morire…”
Qualsiasi
decisione avesse preso Oscar…
Qualunque
cosa avesse fatto…
Gli
avrebbe permesso di starle ancora vicino?
Gli
tornarono in mente le parole che lei aveva pronunciato quel giorno nelle
scuderie, mentre osservavano i segni che avevano inciso sul legno, quando erano
piccoli. I segni che usavano per misurare la loro crescita in altezza, nel gioco
eterno di tutti i bambini. In attesa di diventare adulti…
Quelle
maledette parole, pensò André.
“Voglio
ritrovare la serenità della mia infanzia, André! Ricordi? Quando ancora ero
convinta di essere un maschio. E’ questo che voglio! Voglio vivere davvero
come un uomo! Dimenticare… dimenticare tutto quello che è successo!
Dimenticare di essere una donna, André!”
Era
un pensiero che lo tormentava. Che conseguenza avrebbe avuto la decisione di
Oscar?
Era
seduto in cucina da parecchio. Perso nei suoi pensieri.
La
voce di sua nonna lo richiamò.
“André…
qualcosa non va?”
André
scosse la testa senza rispondere.
La
donna sospirò, e si sedette di fronte a lui. Il tavolo era ingombro di cibi
raffinati, prelibatissimi presentati in grandi vassoi d’argento. C’erano
ospiti a palazzo Jarjayes. Lontani parenti della famiglia di Oscar erano giunti
in visita da Rouen. C’era quindi molto lavoro in quei giorni. Ed erano i
giorni meno adatti per la nonna di André, che era distratta dai suoi doveri
domestici, i suoi pensieri rivolti a tutt’altro. A qualcosa di molto più
importante.
Era
preoccupata per il nipote.
“Tu
ami Oscar.. ma lei ama un altro uomo…” pensò tristemente.
La
sua piccola Oscar. Che lei conosceva come se fosse una figlia. Aveva capito che
si era innamorata del conte di Fersen. Le era bastato poco. Anche quel poco che
il carattere riservato di Oscar aveva lasciato intravedere…
Avrebbe
dovuto benedire quel conte svedese. In fin dei conti era grazie a lui se aveva
avuto la possibilità di vedere quell’amata figliola vestita da donna.
Che
gioia quella sera! Nell’acconciare i suoi capelli, nel truccarle il viso anche
se solo leggermente, come Oscar aveva desiderato. E poi… nell’aiutarla ad
indossare quello splendido vestito verde acquamarina che faceva risaltare ancora
di più il colore turchese dei suoi occhi! “Dovrei essere grata al conte di
Fersen… ma non è così…” Lei avrebbe preferito che Oscar si fosse vestita
così per il suo adorato nipote. Per André. Quel pensiero le sembrò ardito
oltre che ridicolo. Che pazzia! Non doveva pensare cose del genere! Proprio lei,
che aveva sempre cercato di far comprendere ad André che doveva tenersi ad una
certa distanza da Oscar. Non dimenticare mai la differenza di rango che li
divideva. Che avrebbe dovuto limitarsi a farle da attendente, a respingere la
possibilità di un rapporto più profondo. Non farlo, non imporsi questo tipo di
comportamento sarebbe stato fatale per André. Lei lo aveva capito subito. Fin
da quando erano dei bambini.
“André
ti prego! Ricordati che sei solo un valletto! Fallo o dovrai soffrire! Dovrai
soffrire molto! Cosa mai succederà se ti innamorerai di lei?!”
Quante
volte aveva pensato cose del genere? Quante volte?
Tante,
infinite. Ripeteva quella frase tra sé e sé, come una preghiera. Ma era stato
del tutto inutile. Quello che lei temeva era accaduto.
Ed
ora?
Spostò
da un lato uno dei tanti vassoi che ingombravano il tavolo.
Si
rivolse al nipote: “André..- cosa c’è? Sei così strano in questi
giorni…”
Lui
alzò lo sguardo sulla donna: “Niente..te l’ho detto. Ti preoccupi sempre…
come facevi quando ero bambino…”
Cercò
di sorridere.
“André…
non so se faccio bene a dirtelo, ma…” La donna tentennava. “Vedi… mi è
giunta voce che Oscar ha intenzione di lasciare il comando delle Guardie
reali…” Lo guardò. Si aspettava una reazione di sorpresa. Una reazione che
invece non arrivò. Nello sguardo di André vide un’ombra di tristezza passare
rapidissima.
“Sì,
me lo aspettavo. Mi aspettavo una cosa del genere… e immagino che non è tutto
qui quello che hai da dirmi…”
La
donna abbassò lo sguardo, con le mani tormentava uno strofinaccio.
“André…
devi… dovresti cominciare a pensare al tuo futuro…”
Quella
frase sarebbe sembrata oscura a chiunque, detta in quel momento. Ma André aveva
capito subito quello che racchiudeva…
“Il
mio futuro? Il mio futuro è là fuori… si sta esercitando con le pistole,
nonna…”
Pronunciò
la frase accennando con uno sguardo pieno di amore oltre le finestre che davano
sul terrapieno oltre le cucine.
Là,
sul punto indicato da André, si intravedeva il profilo di Oscar, circondato
dall’alone rossastro del tramonto. Si udiva in lontananza il rumore lacerante,
inconfondibile di colpi di pistola.
La
nonna di André si irrigidì.
“André,
smettila! Non ti rendi conto che così peggiori solo le cose? Oscar non…”
“Nonna…
so già quello che vuoi dirmi. Ma non mi interessa. Io la amo. La amo a dispetto
di qualsiasi cosa, anche a dispetto della realtà…”
“E
che cosa hai intenzione di fare, André? Che cosa farai se lei ti dirà che non
ha più…”
“Che
non ha più bisogno di me? Continuerò a starle vicino. In qualche modo, in
qualsiasi modo, ma è quello che farò!”
La
donna si alzò in piedi di scatto.
“André!
Tu sei il mio unico nipote! E io ti voglio bene! Non ho alcuna intenzione di
continuare a vederti soffrire! E sai quanto bene voglio anche ad Oscar… ma non
è l’unica donna del mondo! E poi in ogni caso è impensabile… lei è
nobile!”
André
alzò lo sguardo sulla nonna.
“Sì,
hai ragione non è l’unica donna del mondo. Ma per me Oscar è il mondo. E’
tutto.”
La
donna tornò a sedersi. Il suo tono di voce si era calmato.
“André…
hai così tanto amore da donare… Perché non provi almeno a frequentare
qualche ragazza? Quella Lisette per esempio…”
Lisette.
La cameriera personale di Madame de Bourbois, una delle ospiti di palazzo
Jarjayes.
“Tu..-
piaci molto a quella ragazza. Perché non…”
André
era senza parole. Cosa mai era saltato in mente a sua nonna?!
Quel
momento di lieve rabbia passò immediatamente. Guardò la donna. Quelle parole
venivano dal suo tormento. Dal desiderio di non vederlo soffrire. Anche se lei
stessa…
“Nonna…
ti prego. Non puoi convincermi di qualcosa che non convince te per prima…”
Sorrise
lievemente, e sfiorò in una carezza affettuosa la mano della nonna.
“Nonna…
io capisco. So che stai dicendo queste cose perché mi vuoi bene. E credimi, lo
apprezzo… ma è tutto inutile… lo sai.”
“Sì,
certo, André. Dio mio! A volte… penso di aver sbagliato tutto fin
dall’inizio, chiedendo al padrone di accoglierti qui. Mi sento in colpa. E’
anche colpa mia se tu soffri André…”
Lui
sorrise.
“Nonna,
non devi sentirti in colpa… Non devi preoccuparti per me. Io so benissimo fin
dove posso arrivare. Mi rendo conto della situazione. E non pretendo nulla.
Tranne una cosa: starle vicino, anche così… come un semplice attendente. E’
l’unica forma di amore che ho. L’unica. E non voglio perderla. Anche
se…” Non gli riuscì di terminare il discorso. “Nonna, lasciamo perdere…
non ho voglia di parlarne, scusami..-” concluse, con voce appena percettibile.
La
nonna provò una pena improvvisa ed insopportabile per il nipote. Si pentì di
aver iniziato quella conversazione. Sospirando, si alzò dalla sedia.
“Va
bene, va bene André… non parliamone più...” mormorò piano,
accarezzandogli affettuosamente il viso.
Riprese
a rassettare. Ma non le riusciva di terminare il suo lavoro.
Si
voltò verso il nipote. André aveva preso una mela. Se la passava da una mano
all’altra, nuovamente immerso nelle sue riflessioni.
Vederlo
seduto al tavolo, con quell’espressione così assorta, riportò la sua mente
ad un pomeriggio di tanti, tanti anni prima.
Quando
Oscar ed André erano bambini. André aveva circa dodici all’epoca. Oscar
undici.
Era
un pomeriggio di primavera. Proprio come quello.
André
era seduto vicino al tavolo. Proprio al posto su cui era sedeva ora.
Era
intento a disegnare.
All’improvviso
era entrata Oscar. La sua voce squillante aveva richiamato André.
“André!
Cosa ci fai chiuso qui dentro? Dai! Vieni fuori con me! Battiamoci!” gli aveva
detto.
Poi
per convincerlo, per distorglierlo da quello che stava facendo, aveva cominciato
a saltellargli intorno, con quei movimenti così leggeri e cristallini, tipici
dell’infanzia.
La
nonna di André la guardava, felice. Era così bella, la sua piccola Oscar! In
quel momento, le ricordava una farfallina impazzita, che volteggiava intorno ad
un bellissimo fiore profumato. Un fiore da cui non riusciva a scappare.
Poi
aveva preso a fargli piccoli, innocenti dispetti. Gli tirava una ciocca di
capelli, un leggero pizzicotto sul braccio, un buffetto sul viso. Accadeva
spesso che Oscar facesse dei piccoli dispetti ad André. Ed ogni volta la nonna
di André si stupiva. Oscar era una bambina introversa, chiusa. Ma quando era
con André si trasformava. Stare con quel suo amato compagno di giochi la
trasformava nella più adorabile delle monelle, nella più felice e serena delle
bambine, anche a dispetto di quell’educazione così particolare imposta dal
generale, che inevitabilmente avrebbe lasciato dei segni su di lei…
Ma
quello che accadde quel pomeriggio la lasciò di stucco.
André,
di solito reagiva immediatamente, ricambiando i suoi gesti, quel pomeriggio
invece non accennava un movimento. Aveva abbandonato il gessetto con cui stava
disegnando. Aveva iniziato a seguire Oscar con lo sguardo. A seguirla nei suoi
movimenti veloci e discoli. Non reagiva ai suoi pizzicotti, alle sue piccole
provocazioni. Si limitava a guardarla, sorridendo. Che sguardo strano a vedersi
in un bambino! Uno sguardo rapito, felice. Lo stesso sguardo con cui si sarebbe
osservato un angelo. André stava osservando davvero un angelo. Il suo angelo
biondo. Fu questo il pensiero della donna osservando il nipotino. E il sorriso
di André… In quel momento fu colta da un pensiero che poteva sembrare assurdo
in quel contesto: erano poco più di bambini! Erano i suoi piccoli! Eppure l’espressione di André aveva ricordato alla
donna quella di un uomo adulto. Un uomo che si sta beando della visione della
donna che ama…
“Era
così… già da allora… anche se può sembrare incredibile, André…” pensò.
Ritornò
nuovamente a quel pomeriggio lontano.
André
si era alzato di colpo dalla sedia, e aveva cercato di afferrare Oscar per un
braccio, deciso finalmente a reagire ai suoi dispetti. Ma lei si era mossa
veloce, agile, con quei movimenti felini che erano già suoi fin da bambina. Ed
era scappata via, uscendo dalla cucina. André l’aveva rincorsa.
“Oscar!
E’ inutile che scappi! Tanto ti prenderò lo stesso!! Lo sai!!”
La
risposta di Oscar a quelle parole divertite di André si era limitata ad una
risata fresca e cristallina.
La
nonna di André era rimasta in cucina. Riusciva ancora a sentire distintamente
le voci argentine di Oscar e André, mentre erano occupati a rincorrersi, a
giocare.
Insieme.
Come
sempre.
Avrebbe
dovuto rimproverarli. Soprattutto André! Quante volte lo aveva ripreso,
ricordandogli che doveva chiamarla madamigella Oscar?!
Ma
quello che aveva visto poco prima le aveva riempito il cuore di tenerezza. E
aveva rinunciato per una volta a riprendere quei due discoli…
Si
era avvicinata al tavolo. Il disegno che André stava facendo giaceva
abbandonato. Afferrò il foglio. Il tratto era esitante, grezzo così come sono
i disegni dei bambini. Eppure il viso disegnato su quella carta ruvida era
riconoscibilissimo, anche nella sua semplicità infantile.
Era
Oscar.
Disegnata
di fianco al volto di Oscar, una rosa…
“Nonna…
io vado da Oscar…”
La
voce di André la richiamò da quei dolci ricordi dell’infanzia dei suoi
ragazzi.
“Sì…
certo André…”
Lo
seguì con lo sguardo, mentre usciva dalla porta finestra.
Vide
il profilo della sua figura andare incontro ad Oscar, che era ancora intenta ad
esercitarsi con la pistola. E si disse che la sua pretesa era assurda - lui non
avrebbe potuto amare un’altra.
Guardò
nuovamente verso Oscar ed André.
Lei
continuava a sparare, frantumando con precisione le bottiglie sparse sul muretto
di cinta. André si era seduto vicino a lei.
Impossibile,
si disse, consigliarlo di pensare al matrimonio – in un certo senso, era come
se lui fosse già, a modo suo, sposato.
Con
sua grande sorpresa si rese conto che la pena, l’inquietudine l’avevano
abbandonata.
Oscar
si era voltata verso André. Si erano detti qualcosa, ed ora ridevano
allegramente.
Si
sentì felice. Felice di veder ridere Oscar, dopo tanti giorni in cui era
apparsa triste, amareggiata, a causa di quello che era accaduto durante
l’ultima visita di Fersen.
Rimase
sorpresa da un gesto di Oscar. Un gesto che non vedeva in lei, da quando era
bambina.
Un
gesto che non aveva mai visto nella Oscar adulta.
Suo
nipote aveva parlato nuovamente, ed Oscar aveva ripreso a ridere, divertita.
Poi,
con una mano aveva arruffato i capelli di André, in maniera così tenera, così
intima…
Proprio
come faceva sempre con lui, quando erano bambini.
“Ma
ora non sono più bambini…” pensò sorridendo.
I
gesti non cambiano. Ma le persone?
Forse…
Chissà…
forse aveva ragione André.
Oscar
era il suo destino. Qualunque fosse...
“Sì,
André, hai ragione… tu hai già scelto la donna della tua vita…”
Ci
sono unioni che non hanno bisogno di preti, di chiese e crocefissi.
Sono
unioni che sono già state celebrate.
Dal destino, dalla vita.
Fine
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