Regalo di Natale

parte II

 

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La giornata si era conclusa. Il cielo, così limpido e chiaro, si era fatto cupo. L’aria era diventata fredda, opprimente. Palazzo Jarjayes piano si placava dei rumori del giorno.

Elisabeth si trovava nella camera che era stata scelta per lei dalla nonna di André. Per i due erano state scelte stanze ovviamente separate e piuttosto distanti l’una dall’altra. Era sdraiata sul letto. Sorrise tra sé, pensando a quel gesto compiuto dall'anziana donna.

“Che scelta patetica...” considerò.

Quella donnetta era davvero ridicola. Lei, ed il suo senso del pudore e della decenza… Elisabeth aveva dimostrato, almeno esteriormente, di condividere quella sistemazione.

“Ce l’ho fatta!” pensò soddisfatta.

Ci era riuscita. Aveva abbandonato la Grecia. Quel paese orrendo… Aveva creduto spesso che non sarebbe mai riuscita ad andarsene da quel posto… Conoscere André era stata la sua benedizione. Ora stava a lei approfittare di quel colpo di fortuna inaspettato. Finora tutto era andato bene. Era andata via dalla Grecia, come aveva sempre desiderato. Dopo sette anni di vedovanza rispettata devotamente, almeno davanti agli altri, avrebbe ripreso il suo posto in un paese civile, al fianco di un uomo che l’avrebbe sposata. Quando aveva conosciuto André, aveva compreso subito che era diverso dagli uomini che le era capitato di incontrare durante la sua vita. Suo marito, Xavier, era morto lasciandole una rendita, che le aveva permesso di vivere senza bisogno di lavorare, anche se il tutto si riduceva ad un’esistenza che non poteva dirsi agiata. Ma a lei era stato sufficiente. Aveva molti difetti, quanti! Ma perlomeno non era una donna avida. E, così, aveva vissuto, giorno dopo giorno, per quasi sette anni, di quel denaro. Purtroppo, però, il suo piccolo patrimonio andava sempre più assottigliandosi… e lei non aveva la benché minima intenzione di lavorare.

“Non ho molto senso della responsabilità…” ammise, tra sé.

Lavorare! Certo! E dove? Forse in quel quartiere orribile, vicino al porto? Magari facendo la cameriera in qualcuna di quelle oscene locande? In mezzo a uomini che chiamare tali era quasi grottesco, in mezzo alla sporcizia… No! Lei voleva vivere come aveva fatto finora. Resa tranquilla dal fatto che qualcuno si prendesse cura di lei. Solo questo. E André le era apparso subito l’uomo giusto. E poi… era francese… fortuna su fortuna. Avrebbe potuto tornare in Francia. Dove la sua famiglia si era trasferita dalla Svizzera tanti anni prima. Aveva sempre adorato quel paese. Xavier la pensava diversamente, pur essendo, lui stesso, di origine francese. “I francesi... puah! Gentaglia che crede di essere meglio degli altri… con i loro ridicoli “pelouse” e la loro boria senza fine…”, sbottava quando lei gli domandava di poter tornare in Francia.

“E ora, ci sono riuscita…” pensò sorridendo.

Pensò ad André. Era chiaro che lui non l’amava. Ma non era questa la cosa più importante. André era un uomo che aveva un senso dell’onore innato, quasi candido, raro a trovarsi. E in nome di quell’onore l’avrebbe sposata. Ritornò con la memoria al giorno in cui si era recata da lui, per dirgli della gravidanza… Elisabeth si era profusa in scene di pianto, di dolore chiedendo ad André non di sposarla, no, - lei non voleva rovinare altre vite oltre alla sua! -

“Che donna virtuosa sono!” esclamò, ridendo forte alla stanza vuota.

Gli aveva chiesto solo un po’ di denaro, per risolvere la situazione, in qualche modo. André era rimasto immobile, mentre lei parlava. Fermo sulla soglia della porta. L’aveva lasciata parlare poi… “No… Elisabeth… c’è una sola cosa da fare…” si era limitato a rispondere. Elisabeth, a quel punto, gli si era lanciata tra le braccia, ringraziandolo, piangendo. Dentro di sé in realtà si sentiva a dir poco trionfante! Era sicura che André avrebbe reagito in quel modo! Non per amore, certo. E, del resto, nemmeno Elisabeth amava André.

“Ora però… devo accelerare i tempi…” pensò improvvisamente.

André era sempre stato un uomo chiuso. Parlava poco, sorrideva ancora meno. E spesso Elisabeth, durante le sue passeggiate serali, quando ancora non lo conosceva, lo aveva intravisto. Seduto sul molo. Immobile, lo sguardo perso verso l’orizzonte. Avrebbe giurato di averlo visto piangere qualche volta. Dopo averla conosciuta, non era cambiato granché. Sembrava sopportasse la sua presenza, più che apprezzarla. Poi… era accaduto. Un paio di volte soltanto. Elisabeth era rimasta sorpresa, la prima volta che avevano fatto l’amore. Quell’uomo era… vergine. Sicuramente, senza ombra di dubbio. Si era posta molte domande su di lui. Alcune aveva provato a farle direttamente ad André.

“Non c’è niente di cui valga la pena di parlare, Elisabeth… sono idee tue… e, poi, la mia vita non è così interessante…”

Questa era la sua risposta, quando perlomeno si degnava di farlo. Altre volte, ignorava apertamente la curiosità di Elisabeth, rivolgendole al massimo uno sguardo inquieto e nervoso. Ma, ora, quelle domande avevano una risposta. Sì. Certo. Quella Oscar… ora era tutto chiaro. André era partito per dimenticare quella donna. Lo aveva compreso subito. Non appena aveva osservato il cambiamento di André, una volta arrivati a Palazzo Jarjayes. Si era ulteriormente chiuso, la sua espressione era ancora più triste. E poi… come la guardava…

“Evidentemente ama quella donna… senza essere ricambiato. Non ho nulla di cui preoccuparmi… andrà tutto bene…” pensò.

Quando André le aveva detto che avrebbero passato qualche giorno a Palazzo Jarjayes si era innervosita. Senza nemmeno saperne il motivo. Ma non aveva potuto opporsi. Meglio non mostrarsi troppo contrariati, aveva pensato. Pochi giorni… sarebbero passati in fretta. Era riuscita a strappare ad André la promessa che avrebbero passato il Natale a Villafranche. Per quella data, Elisabeth desiderava essere di nuovo tra i suoi cari. E poi… doveva parlare con il dottor Chennac... assolutamente. Chissà se aveva ancora quel suo vizio… che le sarebbe stato utile? “André… tu non vedevi tua nonna da molti mesi…io non vedo i miei parenti da anni... gli aveva detto con un’espressione addolorata. André aveva accettato, seppur a malincuore. André… Sì, non lo amava. Ne era sicura. Ma le piaceva quell’uomo. E quanto! Sconvolgeva i suoi sensi, in una maniera che non aveva mai conosciuto, pur ritenendosi una donna ricca di esperienza in campo amoroso. Una donna che aveva conosciuto tutto da quel punto di vista.

“Come mi sbagliavo!” pensò.

Raggiungere i suoi scopi non poteva essere più piacevole. Il corpo di Elisabeth, sfiorato dalle lenzuola ruvide, fremette percorso da un senso di voluttà, quasi indecente. Poco prima si era recata, di soppiatto, nella stanza di André. Aveva cercato di lusingarlo, di dimostrargli il desiderio che provava per lui. “No… no Elisabeth… scusami. Ma stasera non…” si era limitato a dirle. Lei, dal canto suo, si era mostrata dispiaciuta, ma ragionevole e comprensiva. “Ma certo… non preoccuparti André… riposa tranquillo…” gli aveva risposto, con un espressione delusa, ma piena di affetto. E invece..quanto le bruciava l’essere stata respinta! Il rifiuto di André. Si accarezzò lascivamente il corpo con una mano, pensando a lui.

“Stasera hai vinto tu, André… ho voluto giocare alla futura mogliettina, devota e comprensiva. Ma non sarà sempre così! Presto saremo marito e moglie… e non potrai tirarti indietro…”

Con quell’ultimo, piacevole pensiero, si addormentò con il sorriso sulle labbra.

 

Oscar non riusciva ad addormentarsi.

Aveva cenato di malavoglia, poi era salita immediatamente nelle sue stanze. Ed ora, seduta davanti al piano, cercava di non pensare, di annullare tutto. Muoveva le dita sui tasti, furiosa. Stava suonando lo stesso motivo da più di un'ora. Costantemente, ossessivamente sempre la stessa melodia. Sbagliava spesso pause, passaggi. Non le era mai successo prima… E, allora, ricominciava da capo. Decisa ad eseguire quel brano in maniera perfetta, pulita. In modo da concentrarsi su qualcosa d'altro. Ma era tutto inutile. André ed Elisabeth si erano ritirati anch’essi nelle loro camere. Ma certo… quella donna, non si sarebbe accontentata di passare la notte da sola. André sarebbe diventato presto suo marito… e magari…

“... magari in questo momento stanno…”

Si alzò di colpo, sbatté le mani con violenza sulla tastiera provocando un rumore fatto di note infrante.

“No! No! Non posso accettarlo…”

Non poteva? No, infatti. Lei doveva accettare quella situazione. Ci era costretta. Quella, ormai, era la realtà. E doveva farsene una ragione. Lanciò un occhiata al letto. Era impossibile pensare di riuscire a dormire. Scese nel salone, ormai illuminato solo dalla fioca luce che emanava dalle candele quasi del tutto consumate. Uscì nel giardino. Rabbrividì. La notte era buia, senza luna e fredda. Quel freddo parve aggiungersi al gelo che sentiva nel cuore. Indossava solo una camicia. Si strinse nelle braccia. Il vapore provocato dal suo respiro creava una nuvola leggera. Mancavano ormai tre giorni a Natale. Tre giorni. André sarebbe partito presto, quindi. Lo aveva sentito dire dalla nonna. Natale. Il giorno del suo compleanno…

“Il giorno più brutto della mia vita… d’ora in poi…” considerò.

Senti una sensazione di freddo e umido sul viso. “Perché piangi, Oscar? Non hai diritto di farlo! E’ tutta colpa tua…” si disse, scacciando le lacrime con un gesto quasi violento rivolto a se stessa.

“Oscar… cosa… cosa diavolo ci fai fuori con questo freddo?!”

Si voltò di colpo. André era fermo di fronte a lei.

“Entra! Ti prenderai un accidente con solo quella camicia addosso!”

Oscar sorrise. La voce di André era stata risoluta, forte e brillante, in quella frase di rimprovero. Per un attimo, un momento lo aveva ritrovato. Il suo André… Si sentì anche felice. Egoisticamente, tanto felice. Non era con Elisabeth. No. André era lì, al suo fianco, si stava preoccupando per lei. Forse per l’ultima volta… Quel pensiero la riportò alla realtà. Il sorriso di prima era scomparso. Una rabbia sorda montò di nuovo in lei. Entrò chiudendosi il robusto portone alle spalle.

“Ti ringrazio per la tua sollecitudine, André… ma non hai motivo di preoccuparti. Non sei più obbligato a farlo.Ora è di qualcun altro che ti devi occupare…” gli disse, guardandolo con aria ironica.

André rimase in silenzio, limitandosi a ricambiare lo sguardo di lei.

“Allora… come mai sei qui, e non con Elisabeth?” aggiunse.

“Oscar… smettila. Ti stai prendendo gioco di me, ma io non mi sto divertendo affatto. Smettila di usare quel tono…” A dispetto delle parole, del significato di quella frase, la voce di André era mesta.

Oscar gli si avvicinò.

“Non dicevi di sentire il bisogno di stringere qualcuno fra le braccia André? Ti basterebbe…”, indicò il corridoio che portava alle stanze della servitù, “raggiungere la sua stanza…”

Oscar si odiava nuovamente in quel momento. Si stava comportando esattamente come poche ore prima con André. Decise di mettere fine a quella tortura crudele ed ingiusta. Gli passò davanti, per tornare verso le sue stanze, dove forse, avrebbe potuto almeno trovare la consolazione del pianto… dove nessuno l’avrebbe vista, sentita…

“Oscar… cosa vuoi da me?”

Oscar si bloccò di colpo. La voce di André era stata secca, decisa. Si voltò verso di lui.

“Dimmi, Oscar… che cosa vuoi? E’ da quando sono arrivato che ti comporti in questa maniera! Perché?? Perché non mi lasci in pace??!” Le si avvicinò, la prese per un braccio. “Il corso che ha preso la mia vita…" Fece una pausa. "… non ti piace Oscar. Non lo condividi… e ti prendi gioco di me! Ma non vedo perché ti debba interessare! Ora riguarda solo me! Era quello che volevi, no??!” Oscar taceva. “Allora, Oscar?? Che cosa vuoi? Che cosa ti aspetti che ti dica? Cosa ti aspetti che faccia?! Dimmelo, Oscar… perché io ho quest’impressione… e non riesco a capire...” gli si avvicinò ulteriormente. “In fondo, cosa diavolo ti importa di me?! Sono solo un amico per te… non vedo il motivo di tanta ironia… verso il mio matrimonio! O devo pensare che hai perso la stima che avevi nei miei confronti? Ma come è possibile che tu non capisca… Oscar?! Io non posso lasciare Elisabeth… in questa situazione…” Ora l’aveva afferrata con entrambe la mani. Le stringeva le braccia con forza. “Anche se non la amo. Non posso lasciarla sola…” la sua voce si incrinò.

Oscar fu colta di sorpresa. Gli occhi sbarrati, le lacrime che cominciavano a velarli, chinò il viso di colpo, ma non abbastanza da impedire ad André di rendersi conto che…

“Oscar… ma tu…” la voce di André tremò.

Oscar stava piangendo…

“Non…” Oscar faticava a parlare. “Non… sposarla… ti prego… André…” riuscì a dire.

Si liberò dalla stretta di André e corse su per le scale.

“No! Non dovevo… non dovevo dirgli una cosa simile!” pensò disperata.

Entrò nella sua stanza, si chiuse la porta alle spalle, si abbandonò contro di essa. Sentì dei passi veloci, concitati nel corridoio, farsi più vicini sua camera.

“Oscar… apri… apri, ti prego!” André cercava di farsi sentire, per quanto possibile.

“André… vai via! Vai via… e dimentica quello che ho detto!”

Si voltò verso la porta, vi appoggiò il viso. “Dimentica André…” ripeté.

“Non ho nessuna intenzione di farlo. Come non ho intenzione di andarmene, Oscar! A costo di rimanere qui fuori tutta la notte! Apri, Oscar… apri!”

Aprire quella porta avrebbe cambiato tutto. Avrebbe lasciato entrare la gioia… ed il dolore.

“Io voglio essere felice… anche se per una volta sola nella mia vita. Anche se… per la prima e ultima volta…” pensò, serrando la maniglia, girando la chiave nella serratura.

Stava facendo una pazzia… se ne rendeva conto. Ma non le importava più nulla. Ora voleva sentirsi viva, amata da André… anche solo per quell’unica notte. Aprì piano la porta. André parve volerla aiutare in quel gesto e con gentilezza spinse la porta. Poi entrò.

“Oscar…”

Si avvicinò, la strinse a sé. Senza dire nulla. Quella frase di Oscar… Poi, con delicatezza, le fece alzare il viso verso di lui.

“André… tutto questo non doveva succedere. Non volevo dirti niente… io…”, sospirò, “Stiamo rendendo tutto più difficile, tutto più doloroso…”

“Oscar… io dovrei comportarmi in maniera assennata in questo momento. Dovrei vincere il desiderio di fare… quello che vorrei… ma non ce la faccio. Ma tu puoi ancora fermarmi. Devi farlo. Oscar...” mormorò André, accarezzandole il viso.

Oscar strinse la mano di André.

“Io... rispetterò qualsiasi tua scelta, André. Capisco cosa stai provando… e ti capisco André… e non voglio importi nulla… ti prego, dimentica quella frase...” la voce di Oscar era piena di tristezza e rimpianto.

André sorrise dolcemente. “Come puoi chiedermelo, Oscar? Perché dici che devo dimenticare? E’ stata la frase più bella che abbia mai udito… e l’ho sentita… da te…”

André avrebbe voluto urlare in quel momento. La sua gioia, per aver scoperto che Oscar lo amava.

Oscar lo fissò. “André…”

“Io vorrei… poterti amare Oscar. Adesso. Donarti tutto l’amore che ho tenuto dentro di me per tutto questo tempo. Non dovrei dire una cosa simile Oscar… ma… non mi importerebbe del domani, di nulla… se solo non costasse anche la tua sofferenza… che cosa faremo, Oscar? Cosa faremo dopo? Fermami, Oscar”, l’abbracciò nuovamente, stringendosela contro “fermami… Perché… se non lo farai… non riuscirò a lasciarti… mai più!”

André soffriva. Soffriva terribilmente. Era tutto così ingiusto… Non voleva rinunciare ad Oscar. Per nulla al mondo. Ma c’era Elisabeth… quella situazione così difficile… il bambino… Si maledisse, ancora ed ancora… Che cosa doveva fare? Quella creatura aveva diritto ad avere un padre… ed Elisabeth… aveva sofferto già così tanto nella vita… inizialmente addirittura si era limitata a chiedergli un aiuto economico… senza pretendere nulla di più. Era stato lui a parlare di un matrimonio per riparare alla situazione. Come aveva ritenuto giusto fare. Come poteva lasciarla sola? Sentiva il corpo di Oscar stretto al suo.

“Oscar… ti amo. Vorrei dimostrartelo, adesso, questa notte..ma come posso farlo? Come posso chiederti una cosa simile quando io… fra pochi giorni… dovrò sposare un’altra donna? E come potrò vivere al suo fianco… adesso… sapendo… che anche tu mi ami?” pensò.

Fare di Oscar la sua donna. La sua compagna. Il sogno di tutta la sua esistenza, era lì, bastava così poco per afferrarlo. Così vicino e così irraggiungibile allo stesso tempo...

Oscar era abbandonata contro il petto di André, il viso affondato contro di lui. Poi, alzò gli occhi verso di lui, in uno sguardo amorevole e, insieme, dolente.

“André… vai via… vai via, ti prego..Voglio stare sola…” mormorò.

“Oscar…”

Lei si allontanò di colpo, sciogliendosi dall’abbraccio di André.

“Risparmiamoci almeno questa sofferenza André… non potrei sopportare di averti vicino, di poterti amare… sapendo che… non c’è futuro per noi. Pensavo di volerlo… ma mi rendo conto… che non ce la farei a vivere così. Solo con dei ricordi… sarebbe insopportabile André!”

Scoppiò a piangere improvvisamente.

“Oscar… ti prego…”

André le si avvicinò.

“Vai André..va' da lei...

Era riuscita a mormorare a fatica quella frase, che il suo cuore rifiutava. Aveva allungato una mano verso André per impedirgli di farsi più vicino. André l'aveva presa tra le sue con dolcezza. Oscar alzò gli occhi su di lui.

“André… stamattina… ricordi quello che mi hai detto? Che ho sempre considerato l’amore una debolezza… e invece… ora dovrò essere forte… dovrò riuscire a dimenticarti.” Fece una pausa. “O, almeno, provarci proprio perché…”

Proprio perché lo amava. Lo amava perché era meraviglioso. Leale… incapace di un gesto di cattiveria. Di egoismo. Un uomo che non fuggiva di fronte alle proprie responsabilità, che non si nascondeva davanti ai propri errori. A qualunque costo. E proprio per questo motivo avrebbe sposato Elisabeth… “Dovrei fartene una colpa, André?", si diceva. "Dovrei odiarti? Sto impazzendo, mi sento morire, se penso al vostro matrimonio. Eppure, quello che hai deciso di fare… nello stesso tempo, mi dà una conferma di come sei meraviglioso...”

“Oscar… io… vorrei morire. Non mi importerebbe di soffrire… qualunque sofferenza sarebbe sopportabile, se in cambio potessi stare con te stanotte. Soltanto stanotte. Ma…", aggiunse, "non sopporterei… di far soffrire anche te Oscar… lo sto già facendo e non voglio darti ancora del dolore. Vorrei poterti dare solo amore…” Le parole di André. Che sembravano voler accontentare la richiesta disperata di Oscar. Contraddicevano i suoi gesti. Aveva pronunciato quella frase accarezzandole il viso, i capelli, sfiorando le sue labbra con le dita.

Oscar rimase in silenzio. “André… André! Saresti disposto ad affrontare una vita fatta di sofferenza e di rimpianto… pur di potermi amare… anche solo una sola volta… e ti neghi questo desiderio… per non veder soffrire anche me! André… ti amo, ti amo!” . Quel pensiero muto. Una notte con il suo André…

Oscar si allontanò da lui a fatica, combattendo con i suoi veri desideri. Si avvicinò alla porta, serrò la maniglia, decisa ad aprirla. A fare uscire André da quella stanza. Dalla sua vita…

“Che cosa ho fatto?! Dio, che cosa ho fatto!?”

Oscar si voltò di colpo. André, le mani nei capelli, quasi a difendersi, stava cedendo all'angoscia, il viso stravolto dalle lacrime.

Lei. Lei non poteva aprire quella porta. Lei… non voleva aprirla. Ma doveva farlo. Ci doveva… riuscire. Si voltò, osservava la propria mano. La osservava come se fosse un essere dato di vita propria, estraneo al proprio corpo. “Apri, Oscar… fai uscire la felicità da questa stanza…”, si disse. E la porta si aprì. Con un rumore che le parve tanto orribile che dovette chiudere gli occhi per un istante. Si voltò verso André.

“Ti prego… André… lasciami sola…” gli disse piano, la voce incrinata dal pianto.

Lui non disse nulla. Si limitò a guardarla. Per un tempo lunghissimo. Come a voler imprimere il più possibile il ricordo di Oscar, del suo viso, della sua voce… Le si avvicinò.

“Oscar… io ti amo. Ti amerò sempre…” le sussurrò.

Un’ultima carezza.

“Un bacio André… ti prego. L’unica cosa che ti chiedo…” Una richiesta muta. “Lasciami qualcosa che possa aiutarmi a vivere… a stare senza di te…” Si limitò a pensarlo. A desiderarlo. A dispetto di quella preghiera atroce che aveva rivolto poco prima al suo André. Ricacciò quel pensiero in fondo al cuore, prima che avesse la meglio su di lei e si trasformasse in voce, in parole.

Socchiuse ulteriormente la porta, abbassando lo sguardo. André uscì quasi di corsa. Oscar richiuse la porta. Vi rimase addossata per un tempo indefinito. Piangeva. Senza rendersene conto, si ritrovò inginocchiata, i pugni contro di essa. Poi, finalmente, trovò la forza di rialzarsi. Si voltò verso l’armadio. Lo aprì. Sul ripiano, nascosto dietro ad alcune camicie c’era il suo regalo di Natale per lui. Con gesti nervosi, frenetici spostò gli indumenti. Rimasero solo due pacchi, confezionati con carta natalizia semplice, ma graziosa, la confezione trattenuta da due nastri di raso verde, che lei aveva scelto con cura. “Come i suoi occhi…” si trovò a pensare, lasciando scorrere le dita sulla stoffa. Aveva preparato lei stessa quei pacchi. I regali di Natale che aveva scelto per lui. Regali che si era precipitata a preparare non appena aveva saputo del suo rientro. Ma uno dei due in particolare… Prese il pacco.

Aveva pensato e ripensato a come rivelare ad André i suoi sentimenti, una volta che fosse rientrato. Non ci sarebbe stata gioia più grande… tuttavia Oscar si rendeva conto che non sarebbe stato facile. Non si reputava brava con le parole… si sarebbe sentita a disagio… Così aveva scelto quel preciso regalo… che avrebbe parlato per lei. Un regalo molto particolare… un modo inusuale, per una donna, di dimostrare il proprio amore, ma André avrebbe compreso subito. Il suo André… Sorrise con amarezza. “E, invece, sono riuscita a dirglielo… ma non come avrei voluto. Come non avrei mai pensato… non così…” Strinse a sé il pacchetto. “No… non devo piangere… non devo!” Fu inutile. Una lacrima scivolò sul nastro, luccicando come una stella…

 

La mattina seguente il cielo era ancora oscuro, denso di nuvole. Il momento era giunto. Oscar si era alzata prestissimo, per evitare di vedere André. Aveva fatto una lunga cavalcata, per poi recarsi in caserma. Quel pomeriggio sarebbe partito. L’indomani sarebbe stata la vigilia di Natale e, come Elisabeth desiderava, avrebbero raggiunto Villafranche.

"Non voglio vederlo partire..." aveva pensato. Così aveva incaricato sua madre di salutarlo per lei.

Madame de Jarjayes, si era limitata ad acconsentire, ma non era riuscita comunque a nascondere un’espressione triste. Quando l’aveva ricevuta nella sua stanza, quella mattina all’alba, si era preoccupata, chiedendosi per quale ragione Oscar fosse già sveglia e indossasse già l’uniforme. Poi, dopo le sue parole, mormorate a voce bassa, dopo quella sua richiesta, aveva compreso. Era innamorata di André. E, finalmente, sperimentava la cognizione della propria femminilità, l’amore per un uomo. Ma a quale costo…

 

Oscar era andata via da parecchio quando la vita di ogni giorno riprese a palazzo Jarjayes.

André era in camera sua. Osservava i bagagli che giacevano sul pavimento. Non aveva dormito. Era rimasto tutta la notte su una sedia, piangendo, perso nel suo dolore. Si sentiva morto nell’anima. Durante la notte aveva sentito la tentazione di andare da Elisabeth… dirle che gli dispiaceva… ma che non poteva sposarla, che era innamorato di un’altra donna… Dirle che avrebbe comunque fatto di tutto per aiutarla. Un aiuto economico, qualsiasi cosa… ma non poteva diventare suo marito. Aveva pensato per un momento anche a proporle … Ma era stato solo un attimo. Non era giusto… Quel bambino, anche se non sarebbe nato dall’amore, non avrebbe dovuto scontare i suoi errori! Così aveva scacciato quell’idea così cinica e comoda. Non sarebbe mai riuscito a perdonarsi di non aver affrontato quella situazione a cui lui aveva dato causa. Tormentato da quei pensieri si era alzato dalla sedia, deciso ad andare da Elisabeth… per trovare qualche soluzione… Poi… non era riuscito a farlo. “Non posso farlo… anche se per amore di Oscar. Non posso fuggire...” Lo aveva fatto solo una volta, mesi prima, lasciando la Francia… ed, ora, quel suo unico momento di debolezza, quella sua fuga da Oscar… aveva dato inizio a quella tragedia! La sua Oscar… Madame De Jarjayes l’aveva fatto chiamare piuttosto presto. Gli aveva riportato il messaggio di Oscar… Oscar era dovuta andare via all’alba… era arrivato un messaggio urgentissimo dalla caserma. Richiedevano immediatamente la sua presenza.. Le portava i suoi saluti e gli augurava… tanta felicità… André ebbe un sorriso amaro al ricordo di quelle parole… “Ho conosciuto la felicità… quando mi hai chiesto di non sposare Elisabeth… per poi vedermela sfuggire davanti agli occhi, amore…” mormorò.

Decise di uscire. Passeggiò a lungo per il parco. Osservava ogni cosa. I lunghi viali di ghiaia, dove lui ed Oscar avevano giocato a rincorrersi da bambini. La fontana, con i suoi preziosi giochi d’acqua, sui cui bordi spesso si erano seduti a parlare per ore. In lontananza, lo spiazzo di terra battuta, dove tante volte si erano esercitati con le spade, con le pistole. Aveva gli occhi lucidi… Tutti quei momenti che lui aveva assaporato attimo per attimo, felice di starle vicino, di occuparsi di lei, di godere delle emozioni che Oscar gli trasmetteva senza neanche immaginarlo… La scuderia, con quelli che erano stati i loro cavalli. Chiuse gli occhi. Immaginò la sua Oscar… Immaginò di tenerla vicino a sé, di rubare un cavallo e fuggire lontano… Si pentì di quella passeggiata, di quell'ultima debolezza che aveva richiamato tanti ricordi dolorosi. Tornò verso casa.

 

 

Continua...

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