L'ultima notte
Warning!!! The author is aware and has agreed to this fanfic being posted on this site. So, before downloading this file, remember public use or posting it on other's sites is not allowed, least of all without permission! Just think of the hard work authors and webmasters do, and, please, for common courtesy and respect towards them, remember not to steal from them.
L'autore è consapevole ed ha acconsentito a che la propria fanfic fosse pubblicata su questo sito. Dunque, prima di scaricare questi file, ricordate che non è consentito né il loro uso pubblico, né pubblicarli su di un altro sito, tanto più senza permesso! Pensate al lavoro che gli autori ed i webmaster fanno e, quindi, per cortesia e rispetto verso di loro, non rubate.
“Bevi,
Oscar. Bevi ancora. Fino a che non penserai più a nulla…”
Era
questo che la giovane, sdraiata scompostamente su una sedia di fronte al camino.
Sul
tavolo vicino a lei giacevano due bottiglie di pregiato vino rosso vuote.
Aveva
in mano l’ultimo bicchiere.
“Ma
non c’è problema… Oscar… bevi ancora... Troverai sempre del vino nelle
cantine di palazzo Jarjayes. E poi, del resto, sei un uomo no? Gli uomini bevono
sempre.”
Rise
di se stessa. Amaramente.
Ma,
immediatamente dopo, sentì una tristezza indicibile, una rabbia sorda nascere
dentro di lei.
“E
così… non ce l’hai fatta, Hans. Alla fine tornerai da lei. I tuoi anni in
America, gli orrori della guerra d'Indipendenza, non sono serviti a fartela
dimenticare…”
Scagliò
con violenza il bicchiere sul pavimento.
Il
conte di Fersen aveva deciso di tradire la sua Svezia, di non tornare dalla sua
famiglia. Per continuare a stare vicino alla regina Maria Antonietta.
“Dovrei
provare del rancore verso di te, Hans, perché con questo gesto d’amore verso
la regina mi fai provare una gran sofferenza. E, invece, ti amo ancora di più…
Sei meraviglioso, Hans.
Alzò
lo sguardo verso il soffitto. Al piano di sopra, nelle camere degli ospiti,
Fersen stava per trascorrere l’ultima notte come ospite della famiglia
Jarjayes, dopo parecchi giorni. Giorni, in cui l’uomo aveva avuto modo di
rendersi conto del disamore del popolo verso la donna che tanto aveva amato e
della falsità da cui era circondata alla reggia di Versailles. Con la ferma
intenzione di starle accanto nei momenti difficili che sarebbero sicuramente
arrivati.
“Domani
tornerai da lei. Versailles rivedrà la Regina di nuovo felice, dopo tanto
tempo…”
Chiuse
gli occhi. Le sembrava di sentire tangibile la presenza di Fersen nella sua
casa. Di respirare il profumo della sua pelle.
Le
sembrava di vederlo.
Le
tornarono in mente le parole di Girodel, che le aveva fatto visita qualche
giorno prima:
“Non
sarà felice solo la regina Maria Antonietta, Fersen ha lasciato parecchi cuori
infranti…” aveva detto sorridendo.
Oscar
aveva fatto finta di nulla, dopo aver sentito il suo commento.
Ma
lui aveva continuato:
“Posso
capirlo. E’ senza dubbio molto affascinante, intelligente. Ha una gran
cultura, riesce a conversare di qualsiasi cosa, dalla filosofia fino agli
argomenti più frivoli, con gran disinvoltura; inoltre si è dimostrato un
soldato valoroso in occasione della guerra d’Indipendenza… ma non credo che
siano queste ultime, le cose che interessano alle signore che frequentano la
reggia di Versailles…”
Aveva
concluso la frase con un ghigno ironico.
Oscar
non era riuscita a continuare ad ascoltare Girodel, e aveva cercato di cambiare
discorso.
Ma
Girodel aveva ragione.
“Penso
di essermi innamorata di te fin da quella volta che ti vidi… tanto tempo
fa…” pensò Oscar, mentre raccoglieva i cocci del bicchiere che poco prima,
presa dalla rabbia e dal dolore, aveva gettato sul pavimento.
Chiamò
un servitore.
L’uomo
entrò nel salottino, facendo un inchino verso di lei: “Madamigella Oscar,
desiderate qualcosa?”
“Sì.
Portami un’altra bottiglia di vino… ed un bicchiere...”
L’uomo
alzò lo sguardo perplesso su di lei: “Ma Madamigella Oscar, voi avete…”
Non
ebbe il coraggio di continuare la frase e si limitò ad accennare timidamente
alle due bottiglie che erano già sul tavolo.
Oscar
socchiuse gli occhi, e assunse un atteggiamento che il servitore non aveva mai
visto. Ma la sua espressione furiosa parlava chiaro. Si era già pentito di aver
osato quell’affermazione:
“Limitati
a fare quello che ti dico! Portami dell’altro vino!”
“Subito
Madamigella Oscar.”
Si
allontanò velocemente, per tornare poco dopo.
Posò
la bottiglia ed il bicchiere e si chiuse la porta alle spalle.
Oscar
versò dell’altro vino. Quel liquido così aspro, caldo, sembrava darle un
sollievo, forse artificiale. Ma era necessario che lei non pensasse.
La
sua mente, però, incurante dei suoi sforzi, continuava a viaggiare.
Ripensò
ad un colloquio privato avuto anni prima con la regina Maria Antonietta.
Quel
giorno la sovrana l’aveva convocata nelle sue stanze. Oscar si era presentata
immediatamente.
Quando
era entrata, Oscar l’aveva guardata ed era rimasta perplessa.
La
Regina era in piedi. Il suo volto era pallido, teneva le mani abbandonate lungo
il corpo.
“Maestà...”
Aveva detto Oscar inchinandosi.
La
Regina si era avvicinata a lei e, con grande sorpresa di Oscar, le aveva preso
le mani tra le sue: “Madamigella Oscar... ho bisogno di voi. Ma… vi prego...
dimenticate il vostro ruolo. Ho bisogno di parlarvi come un'amica.”
Oscar
era rimasta turbata dall’atteggiamento mostrato dalla Regina, ma si limitò ad
accettare la sua richiesta.
“Madamigella
Oscar... voi...”
Oscar
vide lo sguardo della Regina diventare incerto e gli occhi farsi lucidi.
Maria
Antonietta rimase in silenzio, le labbra serrate. Poi non le riuscì più di
controllarsi. Scoppiò a piangere.
“Madamigella
Oscar... voi dovete dirgli... dovete dirgli che stasera non potrò venire al
nostro appuntamento. Il Re dovrà ricevere alcuni importanti ospiti che arrivano
dall’estero… ed io, come sua consorte, dovrò presenziare accanto a
lui...”
La
Regina aveva pronunciato quella frase in modo incerto, tra i singhiozzi.
“Maestà…”
La
Regina, che si era portata le mani al viso, alzò poi lo sguardo verso Oscar.
“Madamigella…
vi prego. Voi siete l’unica persona di cui mi posso fidare totalmente. Siete
la mia unica amica...”
Oscar
continuava a rimanere in silenzio.
“Voi…
non approvate il mio comportamento, vero madamigella Oscar?”
Il
tono della Regina era addolorato.
Continuò
a parlare: “Madamigella… Fersen ed io lo sappiamo. Sì. Ci rendiamo conto
che il nostro è un amore colpevole. Non pensate che l’amore dia solo felicità,
Oscar… Il fatto poi che il Re sia un uomo così buono nei miei confronti, che
provi dell’affetto sincero per me... il fatto che abbia sempre soddisfatto i
miei capricci ed i miei desideri... rende tutto più difficile. Ma noi ci
amiamo…”
Si
sedette su un divano e continuò, come incoraggiata dal silenzio di Oscar:
“Sono arrivata in Francia quando avevo quattordici anni. Il mio matrimonio
aveva un valore politico non indifferente. Sono stata allontanata
dall’Austria, da mia madre per la ragione di stato. E sono stata data in
moglie ad un ragazzino giovane e spaurito quanto me. Eravamo due estranei…
l’amore non era il presupposto della nostra unione. E io avevo quattordici
anni Oscar! Ero una bambina! Nessuno può conoscere l’amore a quattordici
anni! Nessuno al mondo!”
Quella
frase divenne quasi un urlo.
“Ma
voi… madamigella Oscar, voi non potete capire queste cose. Voi siete un
soldato, avete scelto una strada diversa, vivendo come un uomo. Voi non
conoscete l’amore…”
La
Regina aveva pronunciato quella frase con un tono triste, ma anche vagamente
arrabbiato.
Oscar
strinse i pugni. Riuscì a dominarsi.
La
Regina intanto, si era alzata dal divano e, con grande sorpresa di Oscar, si era
letteralmente inginocchiata davanti a lei.
Si
portò la mano di Oscar vicino al viso.
“Madamigella,
vi prego! Portate il mio messaggio a Fersen, anche se non condividete il mio
atteggiamento. Vi prego!”
Alzò
gli occhi lucidi e pieni di lacrime su di lei.
“Maestà…
alzatevi vi prego. Voi siete la Regina di Francia. Non dovete...”
“Vi
scongiuro… Oscar...”
Oscar
la aiutò a rialzarsi e poi le rivolse un sorriso: “Non piangete, Maestà. Non
voglio vedere la mia Regina piangere. State tranquilla. Parlerò con il Conte di
Fersen. Gli porterò il vostro messaggio.”
“Oh
grazie… grazie Oscar” le rispose la Regina, senza riuscire a smettere di
piangere.
Dopo
quel colloquio Oscar era uscita dalle stanze della Regina. Aveva lasciato quasi
correndo la reggia di Versailles, e, in sella al suo César, si era lanciata in
una corsa furibonda.
Sentiva
le lacrime scendere dagli occhi.
“E’
colpa del vento Oscar... è colpa del vento...” si ripeteva, mentre spingeva
il cavallo al galoppo.
“Oscar,
sto andando a letto... hai bisogno di qualcosa?”
Oscar
fu richiamata dai suoi pensieri dalla voce di André. Era in piedi, sulla soglia
della porta.
“No
André... non ho bisogno di nulla…”
“Bene,
allora... buonanotte Oscar.”
“Vi
odio Conte di Fersen... vi odio. State facendo soffrire Oscar. La mia
Oscar…” pensò André lasciando la stanza.
Aveva
notato gli occhi arrossati, aveva sentito la voce di lei incrinarsi, la sua voce
così stanca. Aveva visto quelle bottiglie di vino, vuote, abbandonate sul
tavolo.
Una
fitta insopportabile che gli scavava il cuore…
“Mi
chiedo perché mai Dio vi abbia fatto nascere donna, Oscar!”
Quella
frase maledetta, che Fersen aveva pronunciato scherzando, con leggerezza,
continuava a risuonare nelle orecchie di Oscar.
“Sì…
me lo chiedo anche io, Fersen! Perché?! Perché sono nata donna… forse per
soffrire in questo modo?”
Aveva
terminato anche quella bottiglia, eppure neanche con quella notevole quantità
di vino era riuscita a sentire meno la sua sofferenza.
E
tutta la sua rabbia.
Per
la prima volta nella sua vita Oscar François de Jarjayes aveva perso il
controllo di se stessa.
Si
alzò lentamente dalla sedia e lasciò la stanza.
Salì
le scale che portavano alle stanze degli ospiti.
Percorse
il lungo corridoio e arrivò davanti alla stanza di Fersen.
“Perché
mai sono nata donna…”
Rise
di sé.
Portò
la mano alla maniglia della porta ed entrò.
La
stanza era illuminata da alcune candele. Oscar dovette aspettare qualche secondo
perché i suoi occhi si abituassero alla penombra. L’odore della cera
pervadeva l'ambiente.
Fersen
era seduto, un libro era abbandonato sulle ginocchia:
“Madamigella
Oscar...”
Era
sorpreso. Non era da lei entrare nelle camera di qualcuno senza bussare…
“Conte
di Fersen, allora domani tornerete a Versailles?”
Lui
si alzò e le si avvicinò, perplesso. C’era qualcosa di strano in lei.
Qualcosa che lui non aveva mai visto. Notò lo sguardo febbrile, gli occhi
lucidi. La bocca piegata in un sorriso ironico, quasi di scherno nei suoi
confronti.
Non
sembrava la Oscar che lui conosceva da tanti anni.
“Sì…
domani avrò un’udienza con Sua Maestà la Regina…”
Oscar
rise.
“Sua
Maestà la Regina… certo. Perché mai non la chiamate più semplicemente Maria
Antonietta? Direi che sarebbe più giusto…”
Il
Conte di Fersen era sbalordito!
“No.
Lei è la Regina di Francia. Ed è giusto che io la chiami così. Devo
ricordarlo anche a me stesso. D’ora in poi, come vi ho già detto, mi limiterò
a starle vicino… come un caro amico.”
Oscar
si sedette su una sedia di fronte a lui. Allungò le lunghe gambe, le braccia
abbandonate sui braccioli.
“Certo,
certo. Un caro amico… del resto mi è giunta voce che da qualche giorno vi
accompagnate a Madame Avranches... è la vostra amante? Posso capirvi… una
donna spesso serve a dimenticarne un’altra…”
Sul
viso di Fersen comparve un’ombra. Il suo tono era fermo e cortese: “Oscar...
io non sono abituato a parlare di queste cose con una donna…”
Oscar
scoppiò a ridere. Una risata che a Fersen fece sentire un brivido di freddo,
quasi di gelo.
Cosa
stava succedendo?
“Oh…
una donna! E’ incredibile, Fersen... ora, di colpo, vi ricordate che io sono
una donna?”
Fersen
era riuscito ad avvicinarsi ulteriormente ad Oscar, e capì.
Quello
sguardo rabbioso, la voce quasi trascinata…
“Madamigella
Oscar… scusate la mia domanda, ma voi…”
“Oh
sì! Certo, immaginate bene. Ho bevuto, Fersen. Sto cercando di diventare un
uomo in tutto e per tutto, in modo da esaudire il vostro desiderio... ma stasera
non mi riesce...”
Un
altro sorriso ironico. Ripeté: “Proprio non mi riesce…”
Oscar
si alzò di scatto dalla sedia, con un movimento talmente veloce, quasi violento
che Fersen istintivamente indietreggiò di un paio di passi.
“Vi
faccio forse paura, Fersen?” Gli domandò.
“No...
cosa dite Madamigella Oscar…”
Oscar
gli si avvicinò.
“Conte
di Fersen… davvero pensate che io avrei dovuto nascere uomo? Ne siete così
convinto?”
Fersen
sgranò gli occhi. Oscar si era sbottonata un paio di bottoni della camicia che
indossava. Ma quella leggera apertura era sufficiente a rivelare il suo seno, la
sua pelle bianca.
Il
Conte di Fersen era sempre più confuso, disorientato dal comportamento di
Oscar. Distolse lo sguardo da lei, abbassando gli occhi.
“Oscar…
vi prego… mi state mettendo in imbarazzo. Vi prego, in nome della nostra
amicizia…”
“Basta!”
Oscar
aveva quasi urlato quella parola.
“Basta!
Io non voglio essere vostra amica Fersen! Non stanotte!”
Fersen
era fermo, di fronte a lei. Stupito, come paralizzato davanti a quelle parole.
“Cosa
intendete dire?” Fece con voce incerta, addolorata.
“Non
potrete mai amarmi, lo so, Fersen. Ma voi, siete stato il primo uomo che ha
risvegliato la mia femminilità. Siete il primo uomo che ho guardato con
desiderio. Il primo che ho amato. E che amo… E voglio… fare…”
Fersen
cercava di distogliere lo sguardo dal corpo di Oscar.
Era
rimasto senza fiato di fronte alle parole di lei. Alla rivelazione di quel
sentimento. Cercò di riprendersi da quello che aveva udito;
“Madamigella
Oscar… voi avete bevuto troppo. Non sapete quello che state dicendo…”
Il
tono di Fersen era cortese, ma velato di ansia.
Oscar
strinse le labbra.
Si
avvicinò a lui. Prese una mano di Fersen, se la avvicinò. Troppo.
“Devo
pensare che per voi sono davvero un uomo… non mi desiderate…”
Fersen,
nonostante tutto, nonostante l’assurdità della situazione, si era reso conto
che la desiderava. Ma era deciso a rifiutarla. Allontanò con un movimento
deciso la mano che Oscar gli teneva contro di sé.
“Madamigella
Oscar… è vero. Mi sono chiesto, una volta, perché mai siate nata donna… ma
questo non vuol dire niente. Perché, in ogni caso, voi siete una donna.
Bellissima… è impossibile non desiderarvi...”
Nello
sguardo di Oscar una luce improvvisa, subito spenta dalle parole di Fersen.
“Sono
un uomo, Oscar. E di fronte ad una bellezza come la vostra... è innegabile che
io mi senta turbato… che vi desideri, anche... ma è una cosa che non ha nulla
a che vedere con l’amore. Potrei passare la notte con voi... ma non sarebbe
giusto!”
Oscar
lo prese per il bavero della camicia, con forza.
“Maledizione,
Fersen! Non vi ho chiesto amore. Vi ho chiesto di…”
Fersen
la trattenne, tenendola per i polsi, con un gesto gentile ma fermo.
“So
benissimo quello che mi state chiedendo, Oscar... ma non è giusto. Non sciupate
una cosa bella come questa. Fare l’amore… è una cosa talmente intensa,
talmente bella… che è giusto succeda con qualcuno che si ama… che
contraccambi il vostro sentimento…”
La
lasciò con dolcezza. Ma Oscar si era portata nuovamente vicinissima a lui.
“Siete
bravo con le parole, Fersen… ma il vostro corpo pare vi smentisca…”
Il
Conte di Fersen sobbalzò. Oscar si era avvicinata a lui. I loro corpi si
toccavano.
“Madamigella
Oscar… vi prego un’ultima volta. Non costringetemi a chiedervi di lasciare
la mia stanza in modo… spiacevole.”
Fersen
sentiva la sua voce farsi sempre più debole, sempre meno convinta. Oscar aveva
preso ad accarezzargli il viso, le spalle.
“Domani
non vi accuserò di nulla, Fersen. Ve lo prometto.”
Fersen
era preso dall’angoscia. Il desiderio che cominciava ad avvertire verso di
lei, il sentire quel corpo sinuoso e agile sfiorare il suo… stava diventando
una situazione davvero difficile da gestire.
Guardò
Oscar negli occhi. Sì. Era facile desiderare quella donna così bella. Ma
quella donna era anche la sua amica più cara. Una donna che stimava e
rispettava. Questo pensiero l’aiutò a riprendere il controllo di se stesso, a
vincere l'istinto…
“E’
questo che volete, Oscar?” La prese furiosamente per le spalle: “Ditemi,
Oscar… è questo che volete? Che un uomo passi la notte con voi senza amarvi?
Che viviate i momenti più belli dell’amore insieme ad un uomo che pensa ad
un’altra donna, magari proprio mentre sta facendo l’amore con voi?”
Oscar
rimase in silenzio, fissandolo.
“E’
vero, Oscar… sono stato con un’altra donna… con madame Avranches… e con
molte altre, se volete saperlo…" La sua voce si era fatta dura, triste.
"Ma sono cose… sono gesti dettati dalla solitudine, per cercare un oblio,
per dimenticare la persona che amo, che amerò per tutta la vita, ma che non
potrà essere la mia compagna. Ma… con le altre… non si tratta di amore…
Madame Avranches, Oscar, non si aspettava nulla di più da me. E io… non ho
alcun rimorso verso di lei…” La lasciò. “Ma con voi sarebbe diverso,
Oscar... Non voglio farvi questo… Potrei passare la notte con voi. Pensate
forse che non mi turbiate fisicamente?! Certo! Potrei abbandonarmi ad una notte
di piacere godendo di voi, Oscar. Ma non me lo perdonerei mai. Voi... non
meritate un simile trattamento. Voi meritate l’amore di un uomo. Meritate un
uomo che possa rendervi felice. Se passassimo questa notte insieme”, si
sedette su una sedia, con un movimento stanco, “saremmo solo due persone che
si aggrappano al nulla, Oscar…” concluse, portandosi una mano alla fronte.
Oscar
cadde in ginocchio. Improvvisamente, come risvegliata dalle parole tristi di
Fersen, si rese conto di quello che stava facendo. Cominciò a piangere.
Fersen
le si era chinato accanto: “Oscar… andate a dormire. Riposatevi.”
Lei
alzò lo sguardo su di lui: “Perdonatemi, Fersen...perdonatemi. Non so cosa mi
sia preso… mi sento così…”
Lui
scosse la testa: “Oscar, se c’è qualcuno che si deve scusare quello sono
io. Non mi perdonerò mai per avervi fatto soffrire in questo modo. Voi siete
così bella, leale, coraggiosa. Chissà… forse, se vi avessi incontrato prima,
noi…”
Ma
non gli riuscì di terminare la frase. Si rendeva conto che un’affermazione
simile poteva aggiungere solo altra amarezza a quella che già provava la sua
amica.
Così
si limitò ad aiutarla a rialzarsi.
Oscar
rimase di fronte a lui. Le restava una sola cosa da fare, ormai. Dimenticarlo.
Dimenticarlo per sempre. Non pensare più a quei bellissimi occhi grigi, che ora
la fissavano con affetto e comprensione. A quella voce calda e amichevole. A chi
le aveva fatto conoscere l’amore... anche se purtroppo non poteva ricambiare
quel sentimento.
Anche
Fersen dovette aver pensato qualcosa del genere: “Oscar… posso fare solo una
cosa per voi, anche se mi addolora. Mi addolora tantissimo. Ma non vedo
alternative. Forse è meglio che noi… non ci vediamo… almeno per un po’ di
tempo. Il mio trasferimento a Versailles, forse, renderà tutto più
semplice…”
Oscar
lo guardò: “Sì… è vero. E, credetemi... addolora anche me. Addio… addio
Fersen…”
Non
aggiunse altro e lasciò velocemente la stanza.
Erano
passati pochissimi minuti.
Fersen
era seduto sul letto. Ripensava all’accaduto, con tristezza. Voleva molto bene
ad Oscar e vederla così era stato molto penoso.
Bussarono
con forza alla porta.
"Avanti."
Fermo,
sulla soglia, vide André. Un André diverso dal solito. Anche lui…
“Oh…
André siete voi…”
Non
ebbe il tempo di rendersi conto di ciò che accadde.
André
era furibondo. Lo afferrò con forza e lo gettò sul pavimento.
Fersen
si rialzò con fatica. Si passò una mano all'angolo della bocca. Era sangue.
Alzò
lo sguardo. In piedi di fronte a lui André. Immobile, le mani lungo i fianchi.
Uno sguardo feroce, fiammeggiante.
“Sarebbe
stato meglio se non vi avesse mai incontrato…” Un sussurro, rabbioso e
disperato.
“André…”
“Cosa
vi costava farla felice? Io… darei la mia vita per poter amare Oscar anche una
notte. Una notte soltanto...”
Fersen
rimase impietrito. André… sapeva tutto….
“André…
voi...” Lo guardò, di fronte a sé. I pugni serrati, gli occhi lucidi. Sì,
certo. Ora era tutto chiaro…
“André…
voi amate Oscar?”
“Questo
è un mio problema…” gli rispose.
Fersen
vedeva una persona disperata, sopraffatta dall’intensità dei suoi sentimenti:
“Voi…
voi amate Oscar così tanto? L’amate al punto che pur di vederla felice…
avreste sopportato che lei e io passassimo una notte d’amore insieme?”
André
continuava a fissarlo, senza parlare.
“Al
punto di odiarmi ora? Di fronte al mio rifiuto”, disse ancora Fersen.
Poi
abbassò gli occhi. Era impotente di fronte ad un sentimento così forte. Ad un
uomo così innamorato.
André
gli si avvicinò. Il suo sguardo, quegli occhi verdi solitamente così
amichevoli, ora apparivano di ghiaccio: “State lontano da Oscar... o non mi
limiterò a quello che ho fatto prima. Siete nobile, certo. Basterebbe che ora
voi raccontaste l’accaduto al generale Jarjayes... e io sarei condannato. Ma
non mi importa. Non mi importa di morire. Pur di proteggere Oscar, pur di non
farla soffrire... io farei qualunque cosa...” Si voltò e si avviò verso la
porta. “Qualunque cosa…” ripeté.
E
se ne andò.
Fersen
era ancora fermo, davanti alla porta. Il sangue aveva ripreso ad uscire.
Ma
non gli importava più.
Era
impressionato da quello che era accaduto.
Ripensò
all’ultima frase di André.
“Qualunque
cosa…" si ripeté. "Lo ricorderò, André. Non dimenticherò questa
sera. Io… credo di non aver visto mai un uomo tanto innamorato… Non ce
l’ho con voi. Anzi... non ho mai avuto tanta stima di voi come ora…”
Si
abbandonò sulla sedia.
Non
avrebbe mai dimenticato quella notte.
L’ultima
notte a palazzo Jarjayes.
Fine.
Mail to windeyes@tin.it