L'ultima notte

 

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“Bevi, Oscar. Bevi ancora. Fino a che non penserai più a nulla…”

Era questo che la giovane, sdraiata scompostamente su una sedia di fronte al camino.

Sul tavolo vicino a lei giacevano due bottiglie di pregiato vino rosso vuote.

Aveva in mano l’ultimo bicchiere.

“Ma non c’è problema… Oscar… bevi ancora... Troverai sempre del vino nelle cantine di palazzo Jarjayes. E poi, del resto, sei un uomo no? Gli uomini bevono sempre.”

Rise di se stessa. Amaramente.

Ma, immediatamente dopo, sentì una tristezza indicibile, una rabbia sorda nascere dentro di lei.

“E così… non ce l’hai fatta, Hans. Alla fine tornerai da lei. I tuoi anni in America, gli orrori della guerra d'Indipendenza, non sono serviti a fartela dimenticare…”

Scagliò con violenza il bicchiere sul pavimento.

Il conte di Fersen aveva deciso di tradire la sua Svezia, di non tornare dalla sua famiglia. Per continuare a stare vicino alla regina Maria Antonietta.

“Dovrei provare del rancore verso di te, Hans, perché con questo gesto d’amore verso la regina mi fai provare una gran sofferenza. E, invece, ti amo ancora di più… Sei meraviglioso, Hans.

Alzò lo sguardo verso il soffitto. Al piano di sopra, nelle camere degli ospiti, Fersen stava per trascorrere l’ultima notte come ospite della famiglia Jarjayes, dopo parecchi giorni. Giorni, in cui l’uomo aveva avuto modo di rendersi conto del disamore del popolo verso la donna che tanto aveva amato e della falsità da cui era circondata alla reggia di Versailles. Con la ferma intenzione di starle accanto nei momenti difficili che sarebbero sicuramente arrivati.

“Domani tornerai da lei. Versailles rivedrà la Regina di nuovo felice, dopo tanto tempo…”

Chiuse gli occhi. Le sembrava di sentire tangibile la presenza di Fersen nella sua casa. Di respirare il profumo della sua pelle.

Le sembrava di vederlo.

Le tornarono in mente le parole di Girodel, che le aveva fatto visita qualche giorno prima:

“Non sarà felice solo la regina Maria Antonietta, Fersen ha lasciato parecchi cuori infranti…” aveva detto sorridendo.

Oscar aveva fatto finta di nulla, dopo aver sentito il suo commento.

Ma lui aveva continuato:

“Posso capirlo. E’ senza dubbio molto affascinante, intelligente. Ha una gran cultura, riesce a conversare di qualsiasi cosa, dalla filosofia fino agli argomenti più frivoli, con gran disinvoltura; inoltre si è dimostrato un soldato valoroso in occasione della guerra d’Indipendenza… ma non credo che siano queste ultime, le cose che interessano alle signore che frequentano la reggia di Versailles…”

Aveva concluso la frase con un ghigno ironico.

Oscar non era riuscita a continuare ad ascoltare Girodel, e aveva cercato di cambiare discorso.

Ma Girodel aveva ragione.

“Penso di essermi innamorata di te fin da quella volta che ti vidi… tanto tempo fa…” pensò Oscar, mentre raccoglieva i cocci del bicchiere che poco prima, presa dalla rabbia e dal dolore, aveva gettato sul pavimento.

Chiamò un servitore.

L’uomo entrò nel salottino, facendo un inchino verso di lei: “Madamigella Oscar, desiderate qualcosa?”

“Sì. Portami un’altra bottiglia di vino… ed un bicchiere...”

L’uomo alzò lo sguardo perplesso su di lei: “Ma Madamigella Oscar, voi avete…”

Non ebbe il coraggio di continuare la frase e si limitò ad accennare timidamente alle due bottiglie che erano già sul tavolo.

Oscar socchiuse gli occhi, e assunse un atteggiamento che il servitore non aveva mai visto. Ma la sua espressione furiosa parlava chiaro. Si era già pentito di aver osato quell’affermazione:

“Limitati a fare quello che ti dico! Portami dell’altro vino!”

“Subito Madamigella Oscar.”

Si allontanò velocemente, per tornare poco dopo.

Posò la bottiglia ed il bicchiere e si chiuse la porta alle spalle.

Oscar versò dell’altro vino. Quel liquido così aspro, caldo, sembrava darle un sollievo, forse artificiale. Ma era necessario che lei non pensasse.

La sua mente, però, incurante dei suoi sforzi, continuava a viaggiare.

Ripensò ad un colloquio privato avuto anni prima con la regina Maria Antonietta.

Quel giorno la sovrana l’aveva convocata nelle sue stanze. Oscar si era presentata immediatamente.

Quando era entrata, Oscar l’aveva guardata ed era rimasta perplessa.

La Regina era in piedi. Il suo volto era pallido, teneva le mani abbandonate lungo il corpo.

“Maestà...” Aveva detto Oscar inchinandosi.

La Regina si era avvicinata a lei e, con grande sorpresa di Oscar, le aveva preso le mani tra le sue: “Madamigella Oscar... ho bisogno di voi. Ma… vi prego... dimenticate il vostro ruolo. Ho bisogno di parlarvi come un'amica.”

Oscar era rimasta turbata dall’atteggiamento mostrato dalla Regina, ma si limitò ad accettare la sua richiesta.

“Madamigella Oscar... voi...”

Oscar vide lo sguardo della Regina diventare incerto e gli occhi farsi lucidi.

Maria Antonietta rimase in silenzio, le labbra serrate. Poi non le riuscì più di controllarsi. Scoppiò a piangere.

“Madamigella Oscar... voi dovete dirgli... dovete dirgli che stasera non potrò venire al nostro appuntamento. Il Re dovrà ricevere alcuni importanti ospiti che arrivano dall’estero… ed io, come sua consorte, dovrò presenziare accanto a lui...”

La Regina aveva pronunciato quella frase in modo incerto, tra i singhiozzi.

“Maestà…”

La Regina, che si era portata le mani al viso, alzò poi lo sguardo verso Oscar.

“Madamigella… vi prego. Voi siete l’unica persona di cui mi posso fidare totalmente. Siete la mia unica amica...”

Oscar continuava a rimanere in silenzio.

“Voi… non approvate il mio comportamento, vero madamigella Oscar?”

Il tono della Regina era addolorato.

Continuò a parlare: “Madamigella… Fersen ed io lo sappiamo. Sì. Ci rendiamo conto che il nostro è un amore colpevole. Non pensate che l’amore dia solo felicità, Oscar… Il fatto poi che il Re sia un uomo così buono nei miei confronti, che provi dell’affetto sincero per me... il fatto che abbia sempre soddisfatto i miei capricci ed i miei desideri... rende tutto più difficile. Ma noi ci amiamo…”

Si sedette su un divano e continuò, come incoraggiata dal silenzio di Oscar: “Sono arrivata in Francia quando avevo quattordici anni. Il mio matrimonio aveva un valore politico non indifferente. Sono stata allontanata dall’Austria, da mia madre per la ragione di stato. E sono stata data in moglie ad un ragazzino giovane e spaurito quanto me. Eravamo due estranei… l’amore non era il presupposto della nostra unione. E io avevo quattordici anni Oscar! Ero una bambina! Nessuno può conoscere l’amore a quattordici anni! Nessuno al mondo!”

Quella frase divenne quasi un urlo.

“Ma voi… madamigella Oscar, voi non potete capire queste cose. Voi siete un soldato, avete scelto una strada diversa, vivendo come un uomo. Voi non conoscete l’amore…”

La Regina aveva pronunciato quella frase con un tono triste, ma anche vagamente arrabbiato.

Oscar strinse i pugni. Riuscì a dominarsi.

La Regina intanto, si era alzata dal divano e, con grande sorpresa di Oscar, si era letteralmente inginocchiata davanti a lei.

Si portò la mano di Oscar vicino al viso.

“Madamigella, vi prego! Portate il mio messaggio a Fersen, anche se non condividete il mio atteggiamento. Vi prego!”

Alzò gli occhi lucidi e pieni di lacrime su di lei.

“Maestà… alzatevi vi prego. Voi siete la Regina di Francia. Non dovete...”

“Vi scongiuro… Oscar...”

Oscar la aiutò a rialzarsi e poi le rivolse un sorriso: “Non piangete, Maestà. Non voglio vedere la mia Regina piangere. State tranquilla. Parlerò con il Conte di Fersen. Gli porterò il vostro messaggio.”

“Oh grazie… grazie Oscar” le rispose la Regina, senza riuscire a smettere di piangere.

Dopo quel colloquio Oscar era uscita dalle stanze della Regina. Aveva lasciato quasi correndo la reggia di Versailles, e, in sella al suo César, si era lanciata in una corsa furibonda.

Sentiva le lacrime scendere dagli occhi.

“E’ colpa del vento Oscar... è colpa del vento...” si ripeteva, mentre spingeva il cavallo al galoppo.

 

“Oscar, sto andando a letto... hai bisogno di qualcosa?”

Oscar fu richiamata dai suoi pensieri dalla voce di André. Era in piedi, sulla soglia della porta.

“No André... non ho bisogno di nulla…”

“Bene, allora... buonanotte Oscar.”

“Vi odio Conte di Fersen... vi odio. State facendo soffrire Oscar. La mia Oscar…” pensò André lasciando la stanza.

Aveva notato gli occhi arrossati, aveva sentito la voce di lei incrinarsi, la sua voce così stanca. Aveva visto quelle bottiglie di vino, vuote, abbandonate sul tavolo.

Una fitta insopportabile che gli scavava il cuore…

 

“Mi chiedo perché mai Dio vi abbia fatto nascere donna, Oscar!”

Quella frase maledetta, che Fersen aveva pronunciato scherzando, con leggerezza, continuava a risuonare nelle orecchie di Oscar.

“Sì… me lo chiedo anche io, Fersen! Perché?! Perché sono nata donna… forse per soffrire in questo modo?”

Aveva terminato anche quella bottiglia, eppure neanche con quella notevole quantità di vino era riuscita a sentire meno la sua sofferenza.

E tutta la sua rabbia.

Per la prima volta nella sua vita Oscar François de Jarjayes aveva perso il controllo di se stessa.

Si alzò lentamente dalla sedia e lasciò la stanza.

Salì le scale che portavano alle stanze degli ospiti.

Percorse il lungo corridoio e arrivò davanti alla stanza di Fersen.

“Perché mai sono nata donna…”

Rise di sé.

Portò la mano alla maniglia della porta ed entrò.

La stanza era illuminata da alcune candele. Oscar dovette aspettare qualche secondo perché i suoi occhi si abituassero alla penombra. L’odore della cera pervadeva l'ambiente.

Fersen era seduto, un libro era abbandonato sulle ginocchia:

“Madamigella Oscar...”

Era sorpreso. Non era da lei entrare nelle camera di qualcuno senza bussare…

“Conte di Fersen, allora domani tornerete a Versailles?”

Lui si alzò e le si avvicinò, perplesso. C’era qualcosa di strano in lei. Qualcosa che lui non aveva mai visto. Notò lo sguardo febbrile, gli occhi lucidi. La bocca piegata in un sorriso ironico, quasi di scherno nei suoi confronti.

Non sembrava la Oscar che lui conosceva da tanti anni.

“Sì… domani avrò un’udienza con Sua Maestà la Regina…”

Oscar rise.

“Sua Maestà la Regina… certo. Perché mai non la chiamate più semplicemente Maria Antonietta? Direi che sarebbe più giusto…”

Il Conte di Fersen era sbalordito!

“No. Lei è la Regina di Francia. Ed è giusto che io la chiami così. Devo ricordarlo anche a me stesso. D’ora in poi, come vi ho già detto, mi limiterò a starle vicino… come un caro amico.”

Oscar si sedette su una sedia di fronte a lui. Allungò le lunghe gambe, le braccia abbandonate sui braccioli.

“Certo, certo. Un caro amico… del resto mi è giunta voce che da qualche giorno vi accompagnate a Madame Avranches... è la vostra amante? Posso capirvi… una donna spesso serve a dimenticarne un’altra…”

Sul viso di Fersen comparve un’ombra. Il suo tono era fermo e cortese: “Oscar... io non sono abituato a parlare di queste cose con una donna…”

Oscar scoppiò a ridere. Una risata che a Fersen fece sentire un brivido di freddo, quasi di gelo.

Cosa stava succedendo?

“Oh… una donna! E’ incredibile, Fersen... ora, di colpo, vi ricordate che io sono una donna?”

Fersen era riuscito ad avvicinarsi ulteriormente ad Oscar, e capì.

Quello sguardo rabbioso, la voce quasi trascinata…

“Madamigella Oscar… scusate la mia domanda, ma voi…”

“Oh sì! Certo, immaginate bene. Ho bevuto, Fersen. Sto cercando di diventare un uomo in tutto e per tutto, in modo da esaudire il vostro desiderio... ma stasera non mi riesce...”

Un altro sorriso ironico. Ripeté: “Proprio non mi riesce…”

Oscar si alzò di scatto dalla sedia, con un movimento talmente veloce, quasi violento che Fersen istintivamente indietreggiò di un paio di passi.

“Vi faccio forse paura, Fersen?” Gli domandò.

“No... cosa dite Madamigella Oscar…”

Oscar gli si avvicinò.

“Conte di Fersen… davvero pensate che io avrei dovuto nascere uomo? Ne siete così convinto?”

Fersen sgranò gli occhi. Oscar si era sbottonata un paio di bottoni della camicia che indossava. Ma quella leggera apertura era sufficiente a rivelare il suo seno, la sua pelle bianca.

Il Conte di Fersen era sempre più confuso, disorientato dal comportamento di Oscar. Distolse lo sguardo da lei, abbassando gli occhi.

“Oscar… vi prego… mi state mettendo in imbarazzo. Vi prego, in nome della nostra amicizia…”

“Basta!”

Oscar aveva quasi urlato quella parola.

“Basta! Io non voglio essere vostra amica Fersen! Non stanotte!”

Fersen era fermo, di fronte a lei. Stupito, come paralizzato davanti a quelle parole.

“Cosa intendete dire?” Fece con voce incerta, addolorata.

“Non potrete mai amarmi, lo so, Fersen. Ma voi, siete stato il primo uomo che ha risvegliato la mia femminilità. Siete il primo uomo che ho guardato con desiderio. Il primo che ho amato. E che amo… E voglio… fare…”

Fersen cercava di distogliere lo sguardo dal corpo di Oscar.

Era rimasto senza fiato di fronte alle parole di lei. Alla rivelazione di quel sentimento. Cercò di riprendersi da quello che aveva udito;

“Madamigella Oscar… voi avete bevuto troppo. Non sapete quello che state dicendo…”

Il tono di Fersen era cortese, ma velato di ansia.

Oscar strinse le labbra.

Si avvicinò a lui. Prese una mano di Fersen, se la avvicinò. Troppo.

“Devo pensare che per voi sono davvero un uomo… non mi desiderate…”

Fersen, nonostante tutto, nonostante l’assurdità della situazione, si era reso conto che la desiderava. Ma era deciso a rifiutarla. Allontanò con un movimento deciso la mano che Oscar gli teneva contro di sé.

“Madamigella Oscar… è vero. Mi sono chiesto, una volta, perché mai siate nata donna… ma questo non vuol dire niente. Perché, in ogni caso, voi siete una donna. Bellissima… è impossibile non desiderarvi...”

Nello sguardo di Oscar una luce improvvisa, subito spenta dalle parole di Fersen.

“Sono un uomo, Oscar. E di fronte ad una bellezza come la vostra... è innegabile che io mi senta turbato… che vi desideri, anche... ma è una cosa che non ha nulla a che vedere con l’amore. Potrei passare la notte con voi... ma non sarebbe giusto!”

Oscar lo prese per il bavero della camicia, con forza.

“Maledizione, Fersen! Non vi ho chiesto amore. Vi ho chiesto di…”

Fersen la trattenne, tenendola per i polsi, con un gesto gentile ma fermo.

“So benissimo quello che mi state chiedendo, Oscar... ma non è giusto. Non sciupate una cosa bella come questa. Fare l’amore… è una cosa talmente intensa, talmente bella… che è giusto succeda con qualcuno che si ama… che contraccambi il vostro sentimento…”

La lasciò con dolcezza. Ma Oscar si era portata nuovamente vicinissima a lui.

“Siete bravo con le parole, Fersen… ma il vostro corpo pare vi smentisca…”

Il Conte di Fersen sobbalzò. Oscar si era avvicinata a lui. I loro corpi si toccavano.

“Madamigella Oscar… vi prego un’ultima volta. Non costringetemi a chiedervi di lasciare la mia stanza in modo… spiacevole.”

Fersen sentiva la sua voce farsi sempre più debole, sempre meno convinta. Oscar aveva preso ad accarezzargli il viso, le spalle.

“Domani non vi accuserò di nulla, Fersen. Ve lo prometto.”

Fersen era preso dall’angoscia. Il desiderio che cominciava ad avvertire verso di lei, il sentire quel corpo sinuoso e agile sfiorare il suo… stava diventando una situazione davvero difficile da gestire.

Guardò Oscar negli occhi. Sì. Era facile desiderare quella donna così bella. Ma quella donna era anche la sua amica più cara. Una donna che stimava e rispettava. Questo pensiero l’aiutò a riprendere il controllo di se stesso, a vincere l'istinto…

“E’ questo che volete, Oscar?” La prese furiosamente per le spalle: “Ditemi, Oscar… è questo che volete? Che un uomo passi la notte con voi senza amarvi? Che viviate i momenti più belli dell’amore insieme ad un uomo che pensa ad un’altra donna, magari proprio mentre sta facendo l’amore con voi?”

Oscar rimase in silenzio, fissandolo.

“E’ vero, Oscar… sono stato con un’altra donna… con madame Avranches… e con molte altre, se volete saperlo…" La sua voce si era fatta dura, triste. "Ma sono cose… sono gesti dettati dalla solitudine, per cercare un oblio, per dimenticare la persona che amo, che amerò per tutta la vita, ma che non potrà essere la mia compagna. Ma… con le altre… non si tratta di amore… Madame Avranches, Oscar, non si aspettava nulla di più da me. E io… non ho alcun rimorso verso di lei…” La lasciò. “Ma con voi sarebbe diverso, Oscar... Non voglio farvi questo… Potrei passare la notte con voi. Pensate forse che non mi turbiate fisicamente?! Certo! Potrei abbandonarmi ad una notte di piacere godendo di voi, Oscar. Ma non me lo perdonerei mai. Voi... non meritate un simile trattamento. Voi meritate l’amore di un uomo. Meritate un uomo che possa rendervi felice. Se passassimo questa notte insieme”, si sedette su una sedia, con un movimento stanco, “saremmo solo due persone che si aggrappano al nulla, Oscar…” concluse, portandosi una mano alla fronte.

Oscar cadde in ginocchio. Improvvisamente, come risvegliata dalle parole tristi di Fersen, si rese conto di quello che stava facendo. Cominciò a piangere.

Fersen le si era chinato accanto: “Oscar… andate a dormire. Riposatevi.”

Lei alzò lo sguardo su di lui: “Perdonatemi, Fersen...perdonatemi. Non so cosa mi sia preso… mi sento così…”

Lui scosse la testa: “Oscar, se c’è qualcuno che si deve scusare quello sono io. Non mi perdonerò mai per avervi fatto soffrire in questo modo. Voi siete così bella, leale, coraggiosa. Chissà… forse, se vi avessi incontrato prima, noi…”

Ma non gli riuscì di terminare la frase. Si rendeva conto che un’affermazione simile poteva aggiungere solo altra amarezza a quella che già provava la sua amica.

Così si limitò ad aiutarla a rialzarsi.

Oscar rimase di fronte a lui. Le restava una sola cosa da fare, ormai. Dimenticarlo. Dimenticarlo per sempre. Non pensare più a quei bellissimi occhi grigi, che ora la fissavano con affetto e comprensione. A quella voce calda e amichevole. A chi le aveva fatto conoscere l’amore... anche se purtroppo non poteva ricambiare quel sentimento.

Anche Fersen dovette aver pensato qualcosa del genere: “Oscar… posso fare solo una cosa per voi, anche se mi addolora. Mi addolora tantissimo. Ma non vedo alternative. Forse è meglio che noi… non ci vediamo… almeno per un po’ di tempo. Il mio trasferimento a Versailles, forse, renderà tutto più semplice…”

Oscar lo guardò: “Sì… è vero. E, credetemi... addolora anche me. Addio… addio Fersen…”

Non aggiunse altro e lasciò velocemente la stanza.

 

Erano passati pochissimi minuti.

Fersen era seduto sul letto. Ripensava all’accaduto, con tristezza. Voleva molto bene ad Oscar e vederla così era stato molto penoso.

Bussarono con forza alla porta.

"Avanti."

Fermo, sulla soglia, vide André. Un André diverso dal solito. Anche lui…

“Oh… André siete voi…”

Non ebbe il tempo di rendersi conto di ciò che accadde.

André era furibondo. Lo afferrò con forza e lo gettò sul pavimento.

Fersen si rialzò con fatica. Si passò una mano all'angolo della bocca. Era sangue.

Alzò lo sguardo. In piedi di fronte a lui André. Immobile, le mani lungo i fianchi. Uno sguardo feroce, fiammeggiante.

“Sarebbe stato meglio se non vi avesse mai incontrato…” Un sussurro, rabbioso e disperato.

“André…”

“Cosa vi costava farla felice? Io… darei la mia vita per poter amare Oscar anche una notte. Una notte soltanto...”

Fersen rimase impietrito. André… sapeva tutto….

“André… voi...” Lo guardò, di fronte a sé. I pugni serrati, gli occhi lucidi. Sì, certo. Ora era tutto chiaro…

“André… voi amate Oscar?”

“Questo è un mio problema…” gli rispose.

Fersen vedeva una persona disperata, sopraffatta dall’intensità dei suoi sentimenti:

“Voi… voi amate Oscar così tanto? L’amate al punto che pur di vederla felice… avreste sopportato che lei e io passassimo una notte d’amore insieme?”

André continuava a fissarlo, senza parlare.

“Al punto di odiarmi ora? Di fronte al mio rifiuto”, disse ancora Fersen.

Poi abbassò gli occhi. Era impotente di fronte ad un sentimento così forte. Ad un uomo così innamorato.

André gli si avvicinò. Il suo sguardo, quegli occhi verdi solitamente così amichevoli, ora apparivano di ghiaccio: “State lontano da Oscar... o non mi limiterò a quello che ho fatto prima. Siete nobile, certo. Basterebbe che ora voi raccontaste l’accaduto al generale Jarjayes... e io sarei condannato. Ma non mi importa. Non mi importa di morire. Pur di proteggere Oscar, pur di non farla soffrire... io farei qualunque cosa...” Si voltò e si avviò verso la porta. “Qualunque cosa…” ripeté.

E se ne andò.

Fersen era ancora fermo, davanti alla porta. Il sangue aveva ripreso ad uscire.

Ma non gli importava più.

Era impressionato da quello che era accaduto.

Ripensò all’ultima frase di André.

“Qualunque cosa…" si ripeté. "Lo ricorderò, André. Non dimenticherò questa sera. Io… credo di non aver visto mai un uomo tanto innamorato… Non ce l’ho con voi. Anzi... non ho mai avuto tanta stima di voi come ora…”

Si abbandonò sulla sedia.

Non avrebbe mai dimenticato quella notte.

L’ultima notte a palazzo Jarjayes.

 

 

Fine.

Mail to  windeyes@tin.it

 

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